Antropologia & Storia delle religioni

Variabili nei riti d’amore e classificazione metodologica

“Voglio un rito d’amore!” – non vuol dire niente.

In realtà vale un po’ per tutti i rituali: se non si specifica lo scopo, ci si sta riferendo soltanto a una categoria. Insomma, “voglio un rito d’amore” non vuol dire molto di più di “ehi, mi consigli un rituale di magia nera?”. Se bocciamo o critichiamo questo tipo di richiesta (perché la magia non ha colore, ok, ma anche) perché è troppo vaga, vale di sicuro lo stesso quando si parla di “rituale d’amore”.

O si usa la categoria come contenitore generico, oppure la richiesta funziona poco. La Magia ha bisogno di precisione da orologiaio: tutto il rituale ruota intorno allo scopo, all’intento specifico, alla situazione reale, senza che niente venga lasciato a interpretazioni arbitrarie e aleatorie.

Inoltre, i “riti d’amore” (come categoria) sono fra i più frequenti nella letteratura, non soltanto mitologica, ma anche prettamente magica, in diverse civiltà. Vengono citati o a scopo educativo e narrativo, o a scopo tecnico, per spiegare il procedimento, creando una categoria così ampia (descrizione narrativa o tecnica del rituale d’amore) che potrebbe quasi fare genere a se stante – soprattutto nella Grecia Antica (prima del I secolo, per capirci), nella quale troviamo una varietà di fonti e menzioni a riti d’amore che riflette la complessità della costruzione del genere e del sentimento amoroso nella civiltà greca.

Anche solo dando uno sguardo superficiale alla moltitudine di termini che descrivono questo genere di rituale, possiamo fare una prima grossa differenza fra:

  • quelli volti a suscitare philia (tradotto grossolanamente come sentimento, affetto o amicizia) negli uomini, e impiegati dalle donne

  • e quelli generalmente destinati all’uso degli uomini, per suscitare eros (passione sessuale) nelle donne

  • e un terzo genere, volto a suscitare agape, una forma di amore che potremmo definire “puro”, nel senso di non orientato alla carnalità, all’eros o al possesso (per questo Omero usa questa parola per descrivere, per esempio, l’amore verso i morti, poiché non prevede né possesso, né erotizzazione del sentimento)

Particolarmente interessante è notare la considerazione che la Grecia Antica aveva per eros e philia. L’eros era ritenuto pericoloso, un’invasione nel corpo e nella mente equiparabile a una forma di follia o di invasamento. Per questo eros era scagliato dagli Dei contro i mortali in forma punitiva, poiché la sua manifestazione nell’uomo coincideva sempre con una natura violenta, riflesso della brama di possesso – ragion per cui Eros era considerato figlio sì Afrodite e della sua natura unificatrice, ma anche di Ares e della passione guerresca e sanguigna. Con philia si descriveva invece un sentimento di benevolo affetto, in genere mutuo e ricambiato; e in generale gli incantesimi volti a suscitare philia, come detto per lo più impiegati dalle donne, riflettevano azioni correlate proprio all’adornarsi della donna (con gioielli, profumi e altri ornamenti) per suscitare interesse, passione e affetto negli uomini. Non di rado fra l’altro, questi incantesimi hanno anche un carattere profilattico e curativo, laddove per esempio i filtri d’amore condividono la stessa natura del pharmakon.

Se poi ci addentriamo nel complesso e vario substrato della magia della Grecia Antica, troviamo una vasta terminologia che va a specificare la modalità del rituale – sempre presupponendo che alcune fossero destinate all’uso da parte di donne, e altri all’uso da parte di uomini, con tutte le differenze del caso (sempre premesso che la costruzione del genere dell’individuo non era così lineare e binaria come potremmo essere indotti a pensare). Per fare alcuni esempi:

  • la forma di incantamento più interessante, spesso associata al meccanismo delle katadesmoi (le tavolette in piombo su cui venivano redatti maledizioni e legamenti di vario genere, per essere avvolte e seppellite), è di sicuro l’agōgē – cioè quei rituali auspicano di invocare le torture dell’amore e una passione bruciante (per questo procedura comune è l’accensione di fuochi di erbe specifiche, nei quali venivano deposti testimoni ed effetti della vittima) sulla vittima (in genere una donna), affinché non possa fare a meno di abbandonare la sua casa e la sua famiglia, e recarsi da chi ha eseguito l’incantesimo (in genere un uomo) – troviamo riflesso, in tutto questo, molta della struttura sociale greca e del ruolo proprio della donna che, diventando moglie, lasciava la casa del padre andando ad abitare con il marito
  • il charitēsion, in genere destinato all’uso della donna, volto a suscitare ammirazione, bellezza e sedurre, che prendeva la forma di un incantesimo o di un “filtro” (non di rado sotto forma di un olio profumato per il corpo), il cui uso era o meno associato a una formula incantatoria
  • l’uso di philtronkatadesmos, filtri d’amore, somministrati soprattutto agli uomini per legarli a sé, che si riallacciano a tutta la tradizione ellenistica del pharmakon(farmaco), posto a metà fra rimedio medico e pozione che, preparata con erbe incantate, ha un uso squisitamente magico
  • l’uso di philtron, da parte delle donne, è in qualche modo parallelo all’uso di pōterion (coppe incantate), in particolare da parte degli uomini, affinché colmandole con bevande inebrianti e bevendone, potessero suscitare in se stessi vigore sessuale, e desiderio nella compagna
  • i rituali chiamati phusikleidion (incantesimo per apporre un sigillo/chiave sui genitali), di cui ve ne è un esempio anche nei PGM, per assicurare la fedeltà del compagno, affinché non possa provare desiderio se non con il partner
  • e molti altri

Muovendoci fuori dalla Grecia Antica, troviamo situazioni molto simili e, analizzando quel grosso contenitore che è la Magia Rinascimentale – con tutte le sue eredità, prestiti, sincretismi – la situazione si fa ancora più varia e complessa. Al punto che l’unico modo per fare una prima classificazione dei rituali d’amore che ci pervengono dai manoscritti tardo medievali e rinascimentali può avvenire soltanto prendendo in considerazione il loro scopo specifico.

E in funzione allo scopo, anche rianalizzando quanto visto sopra, possiamo riassumere e distinguere in:

  • magia per indurre desiderio sessuale, cioè quei riti per indurre desiderio sessuale o portare una persona a diventare partner sessuale

  • magia per l’amore, usata per aiutare la costruzione di una relazione d’intimità basata su un sentimento amoroso

  • magia erotica, volta a migliorare l’esperienza sessuale di entrambe le persone… e che spesso costituiva una forma di auto-aiuto in casi di impotenza (soprattutto maschile)

L’altra difficoltà che incontra chi non è avvezzo alla materia (o chi ha poca elasticità mentale) è non riuscire a comprendere le molteplici modalità attraverso le quali simili riti possono attuarsi. Indubbiamente c’è il “grande rituale”, quello complesso, che richiede di perfezionare l’Astrologia, di evocare Spiriti di vario genere, affinché realizzino effetti mirabolanti (in genere relativi alle prime due categorie); e poi ci sono prassi più semplici, dalla preparazione di filtri, unguenti o altre sostanze, da assumere variamente, prima o durante l’amplesso (soprattutto per quanto riguarda la terza categoria); e poi anelli, amuleti, talismani, simulacri, e via discorrendo.

Come per qualsiasi altra categoria di scopo, il substrato è vasto – molto vasto – ragion per cui la discriminante dovrebbe essere a monte, in funzione allo scopo, e non a valle, cioè in base alla fattibilità (semplicità) percepita: una cosa semplice, ma non adatta allo scopo, è alla meglio inutile. Alla peggio d’ostacolo.

Perciò è necessario ragionare prima sulla funzione e lo scopo per il quale si mette in atto il rituale, e costruirlo commisurato allo scopo e alla situazione, sia per complessità, che per metodo.

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