Antropologia & Storia delle religioni,  Stregoneria

Litha: amore e morte

Il nome che il Neopaganesimo ha scelto per la festività legata al Solstizio d’Estate è Litha, parola che compare nel De Temporum Ratione di Beda (VIII secolo), in riferimento a una celebrazione degli Anglo-Sassoni, non più in uso a quel tempo. Il termine è utilizzato per indicare un periodo, quello di Giugno-Luglio, rispettivamente Ærra Liða e Æfterra Liða, dove Liða significherebbe “gentile o navigabile”, in riferimento alla brezza leggera e non dannosa che soffia sul mare calmo in quel periodo, rendendolo perfetto per la navigazione.

Tuttavia, con nomi differenti, ma costumi simili, il Solstizio d’Estate è celebrato in tutta Europa, dalla Penisola Iberica alla Russia, dalla Scandinavia al Mediterraneo, al punto da attestarsi come una delle celebrazioni annuali di maggior rilievo, seconda soltanto alle feste primaverili, con le quali condivide alcuni temi (fra cui la purificazione e il potere del fuoco). La maggior parte delle celebrazioni solstiziali sono cambiate attraverso i secoli, ma sopravvissute all’avvento del Cristianesimo, trasformandosi nei falò della vigilia del giorno di San Giovanni (24 Giugno).

La lettura che Frazer fa di queste feste è di celebrazioni rivolte in particolare all’uccisione rituale dello “spirito della vegetazione” o dello “spirito del grano”, impersonato da un individuo al quale viene dato un ruolo di spicco entro la festa (solo uno degli esempi: il Lupo verde di Jumiègas, in Normandia, che viene scelto fra gli uomini di Conihout, abbigliato di verde e simbolicamente “messo al rogo”). A suo dire, anticamente, il prescelto per rappresentare questo spirito era ritualmente ucciso – e per avvalorare la tesi porta l’esempio delle celebrazioni druidiche della mezz’estate che, una volta ogni cinque anni, prevedevano la preparazione di enormi figure in viticci, nelle quali venivano rinchiuse e arse persone e bestiame. In questo episodio (citato anche in History of Winchester di Milner e da Wright in Druidism: The Ancient Fait of Britain) Frazer rivede l’uccisione di uno spirito arboreo, che muore (o inizia a morire) nel momento in cui il sole, raggiunto il suo culmine, si appresta a declinare. Tale spirito verrà ucciso insieme al suo corteo, e quanto prima tutti verranno sepolti, in una sorta di rituale di espulsione della morte, affinché questa non contagi i campi, il bestiame, il villaggio. Ciò significherebbe che la manifestazione della morte invernale alla quale si avvia la Natura inizia con il Solstizio d’Estate: espellendola in quel momento, la speranza è quella di rallentare il declino del resto della vegetazione, affinché non venga contagiata.

Simili giganti di viticci, foglie e abbigliati di verde si ritrovano un po’ in tutta l’area britannica, in Islanda e in alcuni luoghi di Francia, Olanda e Belgio. Famoso è il caso del “carnevale di Dunkerque” (Dunkirk), evento annuale tenuto a San Giovanni, a carattere licenzioso e carnevalesco. Un gigante di viticci, pieno di stoppa, chiamato Papa Reuss, viene armato di tutto punto, con lancia, spada, elmo e scudo, e fatto sfilare per la città, mosso da una dozzina di uomini che tirano e allentano funi. Dietro a lui, sfilano la moglie e tre figli, tutti id taglia inferiore. Se a Dunkirk i giganti vengono deposti a fine della festa, e usati l’anno seguente, in Francia invece vengono arsi, cantando preghiere, mentre il fuoco viene appiccato da un figurante travestito da re.

Così come i roghi sui quali, in Italia e in Francia soprattutto, era usanza bruciare volpi, gatti, serpenti, lepri e altri animali nei quali si riteneva le streghe dissimulassero il loro aspetto, o associati al maligno nei vari folklore. Secondo Frazer questi roghi sui quali vengono bruciati i giganti rappresentano la cristianizzazione dei falò di mezz’estate e usati per scacciare il Diavolo e la sua corte di streghe – proprio come, in epoca più arcaica, venivano usati per scacciare gli spiriti malevoli responsabili del declino del potere del sole. Si ha in questo modo un riproporsi di funzione, sotto spoglie diverse soltanto in apparenza. Così, in Italia e in molte zone d’Europa, la notte della vigilia di San Giovanni, divenne la notte delle streghe (famosissima Walpurga, anche attraverso il Faust di Goethe). Nella tradizione medievale, era in questa notte che il Diavolo richiamava a sé le streghe, e le anime delle streghe del passato, ed Erodiade e Salomé (responsabili della morte di San Giovanni) vagavano per le strade con altre streghe, per catturare le anime degli innocenti. Per ragioni apotropaiche, venne così trasformata in una “festa dei roghi”, durante la quale bruciare sui fuochi fantocci di streghe e animali demoniaci, per esorcizzare il male (mentre non sono noti casi in cui, alla vigilia di San Giovanni, siano state arse persone, sono invece noti casi in cui sono stati arsi su questi fuochi gatti, volpi, lepri e serpi).
Risulta chiaro senza ombra di dubbio che il carattere generale di questi rituali solstiziali sia purificatorio rispetto agli spiriti maligni che minacciano di trascinare il sole al proprio declino anzitempo, e di cacciata del male incombente (l’arrivo dell’inverno), per ritardarlo il più possibile.

Tuttavia, erano anche diffuse credenze per le quali il periodo estivo fosse particolarmente prolifico di attività demoniaca, poiché i diavoli, eccitati, provocavano follia negli uomini, infettavano le ferite, avvelenavano i pozzi con il proprio seme: si tratta della demonizzazione della calura estiva, e i giorni della canicola sono considerati particolarmente nefasti in tutto il mondo ellenico e romano. La credenza sopravvisse nel Medioevo, al punto da rendere necessari specifici rituali apotropaici, di cui i falò di mezz’estate sono solo uno dei tanti esempi e per questo, in generale, al fuoco solstiziale e alle sue ceneri è dato valore protettivo ed esorcistico.
Ritroviamo questo carattere essenzialmente protettivo anche nelle parole di un autore medievale citato da Frazer (che tuttavia non siamo stati in grado di identificare), che chiarisce le tre usanze fondamentale della vigilia di San Giovanni: l’accensione di falò, nei quali venivano gettate ossa e altri elementi che sviluppassero fumi nauseabondi, per scacciare i demoni eccitati dal calore estivo; processioni nei campi con torce accese, che rappresentano un tipico esempio di circumambulazioni a scopo protettivo e purificatorio; e l’uso di far rotolare una ruota infuocata giù dalla china, a volte fino a un fiume, per simboleggiare il declino del sole e anche per trarre presagi sulla fine dell’estate (a seconda che la ruota si fosse spenta lungo la china, o una volta arrivata all’acqua).

In zone come la Germania, era abitudine agghindarsi con corone di artemisia, verbena e consolida, danzando intorno al fuoco e poi bruciandole perché portassero via la sfortuna. In altre regioni d’Europa, queste corone erano conservate gelosamente per tutto l’anno: pizzichi delle erbe erano presi e aggiunti al foraggio degli animali per guarirli, o sbriciolate nei campi per proteggerli dagli insetti e dalle tempeste, o ancora usate a scopo curativo sui membri della famiglia.
Le celebrazioni del solstizio d’estate condividono comunque parte delle caratteristiche e delle usanze delle feste dell’equinozio di primavera, come per esempio il passaggio del bestiame fra due fuochi o lo spegnimento del fuoco domestico e la sua successiva riaccensione per mezzo del fuoco dei falò.

Uno degli aspetti più interessanti del modo in cui il Solstizio d’Estate era celebrato in Nord Europa, riguarda l’abitudine di gettare nel fuoco un particolare fungo. Soprattutto in Norrland (Svezia settentrionale) si accendevano fuochi presso i crocevia, con nove tipi di legno. Nel fuoco era gettato il fungo chiamato trollsmör (Fuligo septica), dall’aspetto caratteristico simile a muco giallastro. Si credeva che il trollsmör nascesse nei boschi dove il Bjärarn, un essere ritenuto asservito o creato dalle streghe con funzione di famiglio, versava i propri residui. Secondo il folklore (per legge di contagio) si credeva che gettando tali resti, ora sotto forma di fungo, nel fuoco, anche il Bjärarn, e con esso ferita la strega o dissipati i suoi poteri.

Sembra che anche un’usanza simile a quella del palo di Maggio sia ricorsiva nelle feste solstiziali estive. In Germania, nell’Alto Harz, si tagliavano dei pini privandoli dei rami inferiori, e li si portava nei villaggi o alle case, dove venivano decorati con fiori e uova dipinte di giallo e rosso. Attorno a questi pini si danzava per tutta la notte e, in Boemia, l’albero veniva bruciato a conclusione delle celebrazioni.

Le analogie con le feste dell’equinozio di primavera non si esauriscono però qui. In Svezia, ad esempio, proprio come nel caso dell’Imbolc celtica, si credeva che la notte del solstizio le fonti avessero speciali virtù curative. Venivano perciò circumambulati perché il male e la malattia fossero scacciati, e l’acqua prelevata e conservata, e poi aspersa su campi, uomini e bestiame alla bisogna.
Questo costume suggerisce inoltre che non soltanto il fuoco, ma anche l’acqua era elemento importante nelle celebrazioni. Compare infatti anche in un altro aspetto: l’acqua dei fiumi o dei bacini nei quali si facevano cadere le ruote infuocate rotolate giù per le chine delle montagne, o i corsi d’acqua sui quali si facevano navigare le barche per varie ragioni. Sotto questo punto di vista, è interessante notare come nel periodo del Solstizio d’Estate cadesse, per i Romani, la festa di Fors Fortuna (di solito celebrata il 24 Giugno), talvolta ritenuta un aspetto maschile della dea Fortuna, ma semplicemente un suo specifico aspetto, quello cioè di “Dea Forte”, a cui nessuno può opporsi, madre di tutti (ma in particolare delle classi meno abbienti), forse anticamente aspetto di una Dea Madre che è nutrice di tutti e che distribuisce la sorte secondo un volere proprio, incomprensibile agli uomini. La sua celebrazione aveva anticamente un carattere sessuale marcato, poiché Fortuna non era che un altro aspetto di una primeva Dea Naturale. La sua festa era celebrata con divertimenti e banchetti, e barche inghirlandate spinte verso la foce del Tevere, mentre sulle sponde del fiume i giovani si trovavano nelle radure per amoreggiare. Secondo Lanternari (in Antropologia religiosa, Etnologia, Storia e Folklore), la festa di Fors Fortuna confluì nelle celebrazioni di San Giovanni, a cui cedette alcuni aspetti, quali ad esempio il carattere agrario (fortemente osteggiato dalla Chiesa di Roma), e il fatto che alla vigilia di San Giovanni si era soliti a trarre presagi sulla salute e l’amore, ma soprattutto sull’amato e sul matrimonio.

Da ultimo, vorremmo annotare come anche il vischio sia pianta tipicamente legata al Solstizio d’Estate, nonostante sia più noto per il suo legame con il Solstizio d’Inverno. Come pianta simbolo di immortalità e in stretta corrispondenza con il sole, era usanza per i Druidi raccoglierlo proprio all’apice del potere del Sole, cioè a mezz’estate. Anche in Svezia e in Francia viene raccolta nel periodo del solstizio d’estate, quando si ritiene che il Sole e la Luna siano entrambi all’apice del proprio potere. Il vischio raccolto in questo momento ha poteri particolari, molto maggiori che quello colto nel resto dell’anno.
In Galles invece la raccolta segue l’osservazione della natura, e si preferisce recidere i suoi rametti prima che le more siano mature. Poi, posto sotto al guanciale, concederà sogni profetici, buoni o cattivi presagi.

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