Spiritualità

Un culto, tanti culti: rispetto, legittimità e come le cose cambiano quando la religione non è più comunitaria

Assistiamo spesso a una duplice tendenza che caratterizza l’ambiente “pagano” (parola impropria, ma adottiamola come termine ombrello): da un lato, chi promuove l’idea che si possano unire più culti a Divinità che non fanno parte della medesima tradizione religiosa, senza alcun problema e limite; e dall’altro chi condanna ferocemente questo atteggiamento, promuovendo una sorta di “purezza” del culto e unicità di adesione.
Nel tempo, non ci siamo mai espressi troppo chiaramente, anche se chi ci segue da tempo si è fatto un’idea di come la pensiamo. Dopo le storie pubblicate ieri, in più di uno ci hanno chiesto di esporci in modo più diretto. Un articolo che raccogliesse qualche idea ci è sembrato il modo meno fraintendibile.

Partiamo da un presupposto: per noi, regnano logica e buonsenso. Una cosa che abbiamo sempre ripetuto, per esempio, è che non ha senso essere Cristiani e Satanisti al contempo, perché le due correnti filosofiche e religiose sono in aperto contrasto. Lo stesso discorso, si può spostare pressoché su qualsiasi altra tradizione religiosa: la prima cosa di cui tener conto sono le proibizioni.
Una religione ha severe proibizioni verso l’adesione ad altre forme religiose, spirituali, filosofiche, etiche e morali? Perfetto, se la si pratica non si può trovare un punto mediano fra quella religione e qualsiasi altra cosa. Anche se, come ci insegnano i Cristiani, un conto è la perfetta aderenza alla teologia della propria religione, un conto è il modo in cui la religione si esprime a livello popolare – perché i due frangenti, quello ufficiale e quello popolare, devono rispondere ad esigenze diverse, e l’ibridazione di idee, modalità, etc è abbastanza normale a livello popolare… e non arginabile perché la gente si muove nel mondo, entra in contatto con l’Altro (popoli, persone, idee, filosofie, modi di vivere, mode, cucina, abbigliamento, etc), ne resta affascinato e, consciamente o meno, potrebbe adottare alcuni modelli di tale alterità. Con il tempo, questi potrebbero diffondersi e cambiare non soltanto l’individuo e la sua famiglia, ma anche la sua comunità.

Quindi il primo elemento che vorremmo mettere in gioco è proprio questo: la differenza fra l’ufficiale e il popolare. Essenziale, secondo noi, è non essere ottusi, perché screditando uno o l’altro, o creando scale di valore, si sta screditando una modalità trovata dalla religione o dalla tradizione di esprimersi e permeare tutta la sua cultura. Si tratta, più che altro, di risposte a necessità diverse e vie diverse che le idee trovano per sopravvivere, perpetrarsi ed evolversi. Per questo, Eliade batte sempre molto sul fatto che nessuna religione è mai perfettamente nuova, ma si tratta di concetti che vengono reimpacchettati, modernizzati, rivalorizzati. Vale per gli Abramitisimi, ma vale anche per i “Paganesimi” (inteso, con questo, tutte le religione “altre”).
L’unica cosa che possiamo dire, è che è probabile che la teologia ufficiale sia più colta, più organica, più pura (nel senso di meno contaminata) dell’espressione popolare della fede, che tenderà a fornire risposte più pratiche, immediate e semplici, talvolta basandosi su elementi sincretizzati da ciò con cui il popolo è entrato in contatto o di cui ha bisogno per mantenere la fede (vedi l’approvazione del culto dei Santi come “contentino”, perché ormai troppo diffuso e radicato).

Altre cose sono essenziali da considerare.

Innanzitutto, la differenza fra “essere religiosi” e “essere spirituali”. La religione è un sistema organizzato di credenze, alle quali si aderisce, nelle quali ci si inserisce seguendone le regole. Fa parte del modo di esprimersi e costruirsi delle culture, del modo in cui queste interagiscono al loro interno, con l’ambiente e con l’Altro. La spiritualità è una tendenza dell’essere umano, prima di tutto una ricerca interiore, non necessariamente formalizzata attraverso l’adesione alla religione. Va da sé che è per sua natura una ricerca che si basa su strumenti più fluidi e su un misticismo blando, perché non supportato da tutto l’insieme di simboli, significati, immagini, tecniche e concetti propri della religione. Possiamo dire che la spiritualità sia dell’individuo, e la religione della civiltà.
Allo stesso modo, le culture umane hanno conosciuto religioni e forme di spiritualità (o “filosofie”, come piace chiamarle). Distinguerle è utile, insieme all’indagarle a fondo, per capire dove il proprio sentimento religioso o spirituale può fluire e integrare elementi, e dove invece non ha legittimità per penetrare.

A proposito di legittimità. La questione delle iniziazioni non è di secondo piano. Ci sono culti ancora viventi che pretendono un’iniziazione. Questo perché la religione non è soltanto un modo di interagire o analizzare il Divino o la Natura, ma è un modo di vivere, proprio di una civiltà. Riguarda la tradizione e, come la tradizione, è composto da usi, costumi, modalità sociali, credenze, idee, e di tutto quel complesso di cose che rendono una specifica cultura umana quello che è. Un simile discorso è ancora più importante per le religione etniche che hanno seguito persecuzioni o devalorizzazioni. Viene in mente il Vodou/n, ma potremmo fare un discorso identico anche per i culti dei Nativi Americani e delle varie tribù indigene dell’Australia.
Si legge un libro, ci si sente ispirati e attratti da quel culto: che fare? Studiare, tanto per cambiare, in particolare la cultura del popolo, la sua storia, il suo pensiero… e poi, quando si è convinti di sentirsi partecipi della storia di quel popolo, dell’etica e della morale caratteristiche di quella religione, e chiarito quello che si potrebbe fare all’interno di quel contesto (per esempio, nel caso delle ATR e dei culti sincretici che ne sono derivati, assumere un ruolo responsabile e non colpevole di “riscatto” rispetto agli errori dei propri antenati), si va nei luoghi, dalle persone che hanno la legittimità per decidere chi viene iniziato e si chiede. Le risposte fornite le si accetta. Quali che siano e senza farne della critica.

Invece, per quanto riguarda i culti morti senza che la trasmissione diretta sopravvivesse fino ai giorni nostri, come si stabilisce la legittimità? Si va a guardare cosa pensavano del sangue, dell’eredità, dell’etnicità, e via discorrendo. Abbiamo notizia di tribù indo-europee nelle quali determinati ruoli magico-religiosi riguardavano esclusivamente certe famiglie, piuttosto che la singola anima che si reincarnava di individuo in individuo generazione dopo generazione: in questi casi, un recupero di quell’esatto ruolo e dell’esatto contesto tribale in cui tale forma di religiosità si esprimeva è praticamente impossibile. Anche se spesso in questi contesti c’erano figure che accedevano a quel ruolo, ma il cui potere era riconosciuto come inferiore, perché non partecipavano della discendenza di sangue e della trasmissione “animica” di potere.
Con il recupero della linea di sangue da religioni morte, secondo noi va male un po’ a tutti, dal momento che in Italia, percentuali alla mano, quasi tutti noi discendiamo da famiglie Cristiane da secoli e secoli. Perciò che si fa? Si va indietro finché non si trova un “pagano”? Ci si inventa presunte mirabolanti discendenze, com’è di moda dagli anni ’70? Si inventano storie per costruire a tavolino la propria legittimità?
O semplicemente si mette in campo la cosa più importante in assoluto quando si parla di religione e spiritualità, che è il rispetto, e si “bussa alla porta” prima di sfondarla con un calcio?

Il rispetto è una cosa difficile. Per quanto siamo fermi promotori dell’idea che “lo Spirito è sopra la Materia”, se la religione riguardasse soltanto Spiriti e Divinità, i culti terreni non esisterebbero. Invece, la religione riguarda la relazione fra gli esseri umani e gli Spiriti e le Divinità. Perciò il rispetto richiesto è duplice: verso il trascendente, e verso gli altri esseri umani. Anche perché, ciò che riguarda la religione, è spesso qualcosa di intimo, se non addirittura un nervo scoperto.

Infine, per esprimere chiaramente il nostro pensiero: tradizioni e culture sono fluide.

Potremmo dilungarci all’infinito su questo punto, ma porteremo l’attenzione solo su questo: analizzate di quante culture e subculture fate parte, e provate (se ci riuscite) a tracciare dei limiti chiari e netti, che differenzino voi e i vostri molteplici ruoli. Esiste davvero un momento, in cui voi vestite solo i panni dell’individuo facente parte di un’unica cultura? Nel momento in cui date valore ed esprimete la vostra appartenenza a una singola cultura, cosa ne è di ciò che pertiene le altre? Sparisce, o è ancora lì, dentro di voi, nel vostro spazio personale e contribuisce a formare il flusso della vostra identità? Flusso, perché l’identità è fluida. Proprio come la cultura.

Qualche linee guida delle domande da farsi secondo noi:

  • legittimità e rispetto: questo culto prevede un’iniziazione formale da parte di un popolo/ordine? c’è un popolo ancora vivente che lo pratica e che lo trasmette? c’è un ordine che lo ha codificato (vedi Thelema)?
  • sono affascinato da quel culto, o interiorizzati i suoi concetti, modalità, idee, mi sento effettivamente partecipe del suo messaggio? sono in accordo con tutte le sue modalità e disposto ad abbracciarle?
  • sto cercando di accostare cose che si escludono a vicenda (per esempio culti “dell’ordine”, “della luce” e dell'”espansione” e culti gnostici o anticosmici)?
  • voglio far coesistere due culto perché mi sto illudendo che “due divinità siano la stessa cosa” perché hanno tratti in comune (vedi la Santissima Muerte e tutti gli altri folk saints legati alla morte)?
  • sono in grado di rispettare i tempi, gli spazi e le modalità di entrambi i culti senza mutilarli? (già un culto è oneroso)
  • provo solo uno slancio per una data divinità facente parte di una certa religione, o è il contesto a interessarmi?
  • e se è solo una divinità, quanto senso ha estrapolarla dal suo contesto culturale e venerarla individualmente senza rimette in atto tutto il contesto? (perché ricordiamolo: ogni idea ha la sua controparte, e così la religione si bilancia in sè stessa attraverso l’esistenza al suo interno di molteplici membra)

E le cose proprio da non fare:

  • portare avanti due religioni con pensieri teologici e filosofici in aperto contrasto o che storicamente si sono contrapposte senza mai trovare un punto d’unione
  • avvicinarsi a religiosità etniche senza capire il contesto storico in cui nascono, le loro modalità, la difficoltà nel conservarle, e pretendere di potersi “autoiniziare” senza lasciar parola a chi avrebbe legittimità per farlo
  • costruire altari con più divinità in aperta contrapposizione fra loro (storica, di senso, etc) – questo anche all’interno della stessa religione
  • venerare le divinità attraverso modalità di altre religioni
  • non analizzare i sincretismi e le sovrapposizioni tarde: andare a fondo e saper differenziare gli elementi che partecipano ai sincretismi permette di capire in modo più esatto le figure di cui si sta parlando, il loro culto, la loro ragione d’essere

Un’ultima considerazione: il sincretismo è un processo storico che avviene nel momento in cui due culture entrano in contatto, non un’elaborazione fatta a tavolino a posteriori. Quindi un culto è sincretico se storicamente si configura in quel modo. Altrimenti è un’elaborazione moderna e va passata al vaglio, visto che nella maggior parte dei casi è uno storpiamento, un’esagerata semplificazione… se non proprio la volontà di appropriarsi di qualcosa che non appartiene e sul quale non si vanta alcuna legittimità (vedi il “voodoo italiano” – cit).

Ci sono stati luoghi e momenti in cui le religioni sono fluidamente mutate le une nelle altre, al punto che alcuni elementi sono indistinguibili. Vuoi per la loro antichità, vuoi proprio perché la loro natura era estremamente simile, o perché i popoli hanno avuto un contatto talmente stretto e prolungato che la non contaminazione sarebbe stata impossibile. Facciamo riferimento ad esempio al modo in cui si passa dal culto etrusco pre-romano a quello formalmente romano. Oppure alle religioni dei Sumeri, degli Accadi e dei Babilonesi.

In questi casi, secondo noi, ha senso il discorso che faceva la ragazza nelle storie su Instagram: in un contesto in cui la normalità è la sussistenza contemporanea di più forme di religione o spiritualità, è normale che molte persone partecipino fluidamente, o si rivolgano in modo fluido, a divinità che appartengono a più contesti. Semplicemente, perché all’interno della comunità tali contesti hanno già spazi comuni di espressione. Anche perché, anticamente, siccome la religione aveva un altissimo valore comunitario (che modernamente ha perso, diventando soprattutto espressione individuale), era abbastanza normale partecipare alle celebrazioni a prescindere che si fosse propriamente di quella fede. Se vogliamo un esempio, basta pensare a tutti gli storici antichi che hanno reso testimonianza dei riti religiosi di popoli altri, spesso come testimoni diretti, avendone preso parte perché invitati o presenti sul luogo.

A volte, il problema è anche il ruolo che si vuole assumere rispetto alla religione, alla comunità e agli Spiriti/Divinità.
Se ci si pone nel ruolo sacerdotale di una qualche divinità, o si decide di dedicarsi totalmente a un certo culto, va da sè che tutto il resto sfumerà perdendo di importanza. (Altre volte sussistono vere e proprie proibizioni sacre.)
Se ci si pone come mediatori fra la comunità e le Divinità, volendo assumere un ruolo “sacerdotale”, ci si sta “specializzando” in quello. Ricordiamoci che il sacerdote è sempre uno specialista del Sacro secondo le modalità precise di uno specifico culto. Quindi non ha senso approcciarsi ad altro. I titoli hanno un valore. Se ve li arrogate, prendetevi anche il fardello che portano con loro, non soltanto la gloria.

Discorso diverso per una persona che non si sente a suo agio nel Cristianesimo, decide di cambiare religione e modalità di approccio al Sacro, ma non si pone in alcun ruolo specifico. In epoca pre-cristiana, nella maggior parte dei casi, la comunità stessa accoglieva molteplici espressione della religione, e molteplici specialisti che guidavano i fedeli stabili o occasionali. Basti pensare al culto norreno, in cui una parte del culto era strettamente familiare (con il capo famiglia che officiava le cerimonie) e un culto comunitario (guidato da figure specifiche, anche se non da una casta sacerdotale vera e propria). O ai contesti, come il Medio-Oriente, in cui vari culti sono coesistiti per secoli. Il problema del “pagano” contemporaneo è che nella sua comunità vicina gli sarà quasi impossibile accedere a più religiosità “pagane” aggregate in comunità guidate con persone dotate della legittimità di spiegarle e trasmetterle. Questo appunto perché la religione da fatto comunitario è diventata fatto individuale.

Perciò di nuovo: logica, buonsenso, legittimità e rispetto sono le parole d’ordine.

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