Spiritualità

Il potere parte dall’introspezione

Di quanto l’introspezione sia fondamentale per la pratica magica si parla tanto, ma ci si sofferma poco ad analizzare cosa voglia dire, cosa comporti e, in ogni caso, quanto sia importante nella vita di tutti i giorni, sia che si pratichi magia, che non lo si faccia. Certo, per chi si dedica alla pratica dell’Arte, è una necessità ancora più impellente che per il profano, perché la Magia è un linguaggio e la Volontà può esprimersi chiaramente solo a fronte di un lavoro pregresso che stabilisca un buon grado di chiarezza e coesione interiore.

L’invito all’introspezione è un invito a rivolgersi all’interno di sé stessi, osservandosi con sincerità e obiettività, ascoltandosi senza esercitare un giudizio morale o sociale su ciò che si desidera, si prova, si sente, si vorrebbe esprimere – o si sta per mettere in atto nell’arco di un certo rituale. La sospensione del giudizio è importante, perché aiuta a dipingere un quadro veritiero di ciò che si ha dentro, al di là della divisione in categorie di pensiero come “buono” o “cattivo”, “bene” o “male”.

L’introspezione è un momento di ascolto attento, nel quale si trovano le sovrastrutture mentali, acquisite dall’ambiente di origine, dalla famiglia, dalla società e attraverso esperienze pregresse. Queste sovrastrutture non sono necessariamente dannose, ma spesso costituiscono un limite alla possibilità di essere se stessi, perché costituiscono quel quadro comportamentale di riferimento che si mette in atto in modo automatico, senza soffermarsi su come ci si vorrebbe invece manifestare al mondo secondo le proprie reali inclinazioni e caratteristiche. È quindi di vitale importanza analizzarsi per ciò che si è, capire cosa si sta realmente mettendo in atto con le proprie azioni e andare alla radice delle ragioni per cui si operano certe scelte, piuttosto che altre. Non si tratta soltanto di prendere consapevolezza di cosa si sta mettendo in atto, ma anche di come e perché.

Imparare ad ascoltarsi implica conoscere i propri desideri, che non solo mera espressione egoistica e dunque sbagliata, ma qualcosa che ci costituisce a livello profondo come persone. Desiderare benessere materiale, felicità, o altre mille cose, è un anelito intrinseco nell’essere umano, ed è naturale che sia così. Innaturale è invece privarsi della capacità di desiderare, perché nella speranza di ottenere qualcosa risiede un importante motore della pratica magica, uno slancio primario verso l’azione – magica e fisica – e perciò la possibilità di concretizzare un primo passo verso un certo conseguimento. Fra l’altro, diversi grandi maestri della storia hanno sempre fatto notare come ci si può dedicare più semplicemente e con meno preoccupazioni alla pratica magica e al percorso spirituale, quando la mondanità è appagata, finanche abbandonare quella stessa mondanità, dando un senso a tale rinuncia e alla completa consacrazione alla sfera spirituale.

È importante abbandonare le sovrastrutture cristiane. E non smetteremo mai di ripeterlo: l’idea per cui ogni desiderio materiale sia peccato e la vita debba essere un martirio continuo non appartiene alla Magia, né tanto meno al Paganesimo! Si pensi anche soltanto alla mitologia greca, dove gli Dei fanno letteralmente di tutto per appagare i propri desideri.

Né si può pretendere di essere sempre in pieno controllo dell’oggetto del proprio desiderio: desiderare non è un’azione che si può fingere o direzionare. A volte si desiderano cose assurde. Altre volte delle “sciocchezze”, o qualcosa che la società reputa “inadatto”: è tempo che qualcuno vi dica che, in questi casi, è comunque ok. A meno che il vostro desiderio non sia piantare una coltellata alla vicina che vi infastidisce, ma anche in quel caso desiderare è gratis, finché non lo mettete in atto! Questo esempio estremo, per sottolineare una differenza importante: c’è un abisso che separa il desiderio dall’ottenimento dell’oggetto del desiderio. A volte è salutare che questo abisso rimanga intatto, altre volte è invece importante mettere in atto tutte le strategie possibili per superarlo. È nel desiderio stesso che risiede l’impulso all’azione, e tale impulso può essere sfruttato anche per scegliere di conseguire un obiettivo vicino al desiderio, e non il desiderio stesso. Quindi basta ipergiudicarsi, frustrarsi e censurarsi: per lo meno nel momento in cui si decide di fare dell’introspezione per conoscersi, è più proficuo lasciar cadere ogni maschera e concedersi il lusso di essere veri almeno con se stessi.

Iniziare a conoscersi, per capire chi si è veramente significa muoversi al di sopra di tutte le etichette sociali che subiamo ogni giorno. Pirandello, in un Uno, Nessuno e Centomila, parlava di come ognuno di noi vive una vita secondo le definizioni attribuitegli dagli altri (non è soltanto questo, se volete capire meglio leggete questo classico, che ha tantissimo da insegnare all’uomo moderno!). Mariangiongiangelo, maschio bianco cis-het, è il padre di Gionfredo, maschio mulatto gay, il marito di Ermenegilda, l’amico di Piergiovannirotondo, il capo di Elga e tante altre cose: ognuna di queste persone lo definisce in base a come lo vive, e lo vive in base a come altre persone lo hanno a sua volta definito, e così via, in una catena infinita di persone che definiscono altre persone e influenza il modo in cui ognuno si vede. Così si è uno, raccontato in centomila modi diversi a seconda della persona che parla di noi. Vogliamo davvero adeguarci a questi centomila modi e raggiungere la schizzofrenia dei sensi? No, non lo vogliamo. E nessun Mago lo vuole, perché ha bisogno di avere un’identità personale coesa, che sia “una”.

Quindi, cosa vuol dire fare introspezione? Vuol dire andare al di là delle centomila maschere che vestiamo ogni giorno, e capire cosa c’è al centro di questo gioco di specchi. Dobbiamo buttare via le maschere? Non necessariamente, le situazioni di vita sono tante e varie. Ma è imperativo comprendere e prendere coscienza di quali sono maschere e di quando, invece, ci manifestiamo al mondo per quello che siamo davvero. (Anche per questo, alcuni praticanti, adottano uno o più Nomi Magici, ma questo è un discorso per un’altra volta.) Conoscersi, veramente e a fondo, è il primo passo per entrare nella mentalità del Mago, perché significa rompere la prima e più mortale catena della mondanità: quella dell’auto-definizione derivata dall’ambiente esterno, anziché da ciò che si ha all’interno. È un primo modo per riprendere il controllo di se stessi ed esercitare potere su se stessi, sulla propria mente e azioni, sulle emozioni e sulle scelte. Perché se anche l’ambiente esterno sfugge al controllo del Mago, il Mago ha sempre un’ancora dentro sé stesso e deve sempre essere capace di avere potere su di sé. Anche al fine di controllare l’ambiente esterno, poiché il Microcosmo che lui rappresenta è sempre e comunque relazionato al Macrocosmo che sta al di fuori di lui. Pensateci: basta cambiare il modo in cui si reagisce nei confronti di una situazione che si è già ripresentata più e più volte, per rompere la catena. Se non è potere questo!

Non cadiamo nel solito, sciocco, pensiero per cui “potere” è qualcosa di negativo, o qualcosa che si usa per fare male agli altri, o uno strumento per egobustarsi e comandare tutti a bacchetta.

Quando si parla di potere in Magia ci si riferisce alla capacità di dare una direzione prima di tutto a se stessi e alla propria vita, per ottenere i risultati che ci si prefigge. Quando si è in grado di esercitare potere in senso così pratico e materiale, si può traslare l’azione sul piano spirituale ed esercitare “potere magico”, che altro non è che l’esercizio della stessa Volontà applicata sul piano materiale, su altri piani, questa volta sottili.

E come si fa ad ottenere un simile potere? L’introspezione è un buon punto di partenza – non l’unico, ma di certo quello più alla portata di tutti. Scoprire i proprio blocchi, i meccanismi di autosabotaggio, gli automatismi e i bias con cui leggiamo il mondo ci permette di iniziare ad esercitare il potere più grande di tutti: quello di scegliere in accordo con i nostri desideri. Ci sono dei comportamenti che subconsciamente reiteriamo e che ci portano a vivere situazioni spiacevoli: senza colpevolizzarsi, bisogna imparare a riconoscerli e cambiarli, per trarre dalle situazioni quello che vogliamo realmente portarci a casa. Fa parte di un processo di crescita, che dovrebbe portarci a un approccio più strategico alla vita, per non subirla passivamente, ma iniziare prima a gestirla, e poi a goderla.

Il grande potere dell’introspezione, che è alla base di qualsiasi percorso spirituale serio e onesto, è la possibilità di cambiare noi stessi per renderci più aderenti all’idea che abbiamo di un “io” perfetto, o più semplicemente per diventare la persona che vorremmo essere, sempre migliori giorno dopo giorno. E non c’è età limite oltre la quale non è più possibile cambiare. “Ormai ho X anni, sono fatto così” è una scusa comoda che propiniamo agli altri per giustificarci davanti alla paura del cambiamento. “Fino ad adesso sono stato così, potrei cambiare, ma non ho voglia” è la risposta veritiera. E suona molto, molto diversa. Suona pigra e arrogante, come pigra e arrogante è la scelta di molte persone. Però c’è sempre una scelta, quella di essere migliori, accettare di aver fatto degli errori, di aver vissuto ovattati, e iniziare a trasformarsi in quello che si è davvero. Certo che, come il bruco che inizia a fare il suo bozzolo non sa come sarà da farfalla, all’inizio di un processo di introspezione e cambiamento non si sa cosa si diventerà alla fine. Però c’è anche una buona notizia: nessuno di noi è obbligato ad essere in un certo modo. Quando non ci si piace, si può cambiare ancora! Finché non si trova il proprio posto, il proprio modo di vivere la vita, la propria felicità.

Anche questo cambiamento continuo, questa mutevolezza ragionata, è parte della Natura e del processo di crescita. La Natura stessa è un eterno cambiamento e, anche se le stagioni ricorrono una dietro l’altra in un ciclo infinito, non due giorni saranno mai identici. Lo stesso è per il Mago, che dovrebbe vivere strettamente interconnesso ai flussi della Natura, cambiare con lei, adattarsi, rinnovarsi e riscoprirsi giorno dopo giorno, perché per ogni parte del subconscio elevata al conscio, qualcos’altro va giù e precipita nell’oblio. È naturale, anche perché la capacità umana di elaborare situazioni, sentimenti, emozioni, dolori ed eventi è, a differenza di quello che molti pensano, limitata ed effimera. Il cambiamento è l’unica vera costante, l’unico a poterci permettere di restare unici, individuali e, in realtà, invariati pur nel cambiamento.

Ma in soldoni, cosa se ne fa il Mago dell’introspezione?

Non dovrebbe stupire se in uno strumento così semplice, e così articolato al contempo, vi è il primo modo per un contatto più profondo e oggettivo con il Divino. Oggettivo non nel senso di razionale, ma nel senso di meno filtrato dalle nostre sovrastrutture, dalle aspettative e dalle distorsioni a cui noi per primi siamo soggetti, e che ci portano a distorcere quello che esperiamo. L’intera ricetta della Magia è nell’introspezione? A nostro parere no, perché non reputiamo un modello soltanto psicologico adatto a spiegare l’interezza dei processi definiti magici. Si tratta però di un buon punto di partenza che ci aiuta a dedicare tempo alle cose, analizzandole per capirle e riconoscerle, e ad essere più oggettivi davanti alle sensazioni e alle esperienze. Almeno per distinguere un segno o una “manifestazione” da un’illusione della nostra mente perché, ricordiamocelo sempre, la Magia è sì Arte, ma è anche Scienza perché ha bisogno di un grosso apparato di pensiero critico per essere distinta dalla mera superstizione.

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