Antropologia & Storia delle religioni,  Stregoneria

Lughnasad: la tenacia della Vita

È certo che uno dei problemi di maggior rilievo che si trascinano nell’ambito del Neopaganesimo contemporaneo è l’influenza dei mitologi e storici delle religioni ottocenteschi che se da un lato hanno contribuito in modo significativo non solo alla riscoperta del paganesimo, ma anche a registrare credenze e usanze folkloristiche di tutto il mondo; dall’altra hanno consolidato un pensiero viziato da alcuni errori di forma, che ancora oggi portano a interpretare tutte le religioni, divinità e miti pagani alla luce di espressioni religiose legate a doppio filo a eventi celesti, con radici nella Proto-Indo Europa (e nel PIE come antenato linguistico comune alla maggior parte delle lingue europee). In sostanza, gli studiosi dell’Ottocento si sono concentrati sull’indagine di un complesso di divinità della luce, dell’alba, del sole, delle stelle, della terra, con la tendenza a leggere in questa chiave la maggior parte dei drammi divini, che fanno rivivere il crescere e decrescere della luce del sole durante l’anno, il sorgere di certe stelle, la nascita e la morte della vegetazione, e così via.

Il Neopaganesimo non si discosta da questo, né dagli ovvi errori di forma che, a un paio di secoli di distanza, l’ambiente accademico sta pian piano rilevando e correggendo. Ne è testimonianza il fatto, per esempio, che la maggior parte dei pagani segue una ruota dell’anno che ripropone questo tema di fondo: la nascita di un Dio Solare, che coincide con la nascita di uno Spirito della Vegetazione; il decrescere del loro potere, fino alla morte, e la rinascita. Nella stessa narrazione sottesa ai Sabba si ritrova proprio questo tema, ripercorrendo quell’idea tipicamente ottocentesca per cui i rituali stagionali delle popolazioni pagane, europee e non, avessero esclusivamente un valore apotropaico verso il male che giace nel buio, o un valore propiziatorio per la rinascita della luce, o ancora di accompagnamento del Sole nella sua morte, e via discorrendo.

Questa premessa è necessaria per capire la ragione per cui senza ombra di dubbio Lughnasadh come celebrazione, e Lugh come divinità, sono due dei temi più fraintesi del Neopaganesimo. Partendo anche solo dal fatto che la prima è considerata soltanto una festa per celebrare il primo raccolto, e dunque il primo vero momento di declino del sole, e il secondo è ancora interpretato come divinità solare o della luce, quando questa teoria è ormai stata smentita dai linguisti.
Ma andiamo per gradi.

Il nome celtico Lughnasadh indica una festa che, durante il Medioevo, coincideva con il periodo del primo raccolto – o con il periodo che vedeva i mezzadri costretti a versare le tasse relative al raccolto ai loro padroni. Nel nome sopravvive l’associazione a Lugh, e infatti Lughnasadh potrebbe significare festa di Lugh o matrimonio di Lugh – in ricordo anche del fatto che, fino a epoca recente, era abbastanza comune celebrare matrimoni e unioni (e anche divorzi!) in coincidenza con questa festa.
Il nome inglese, Lammas, significa invece festa dei pani, e in questo caso abbiamo la sopravvivenza fino a epoca relativamente recente di tratti caratteristici di una celebrazione del primo taglio del grano, della prima mietitura, evento agrario di grande importanza, che era associato a rituali per propiziare gli altri raccolti e al versamento delle tasse sul grano.

Nel Neopaganesimo contemporaneo, tutto questo si traduce nel primo dei tre Sabba che celebrano il raccolto (gli altri sono Mabon e Samhain), e feste che commemorano il sacrificio dello Spirito della Vegetazione (per dirla con Frazer), che ne paganesimo si assimila al gaelico Lugh. In sostanza, si trasforma in una festa che celebra da una parte il potere solare (fallico) di Lugh, e dall’altra il sacrificio del suo potere vitalizzante, simboleggiato dalla mietitura del grano. Si ignora, in tutto questo, che Lugh non è assolutamente associato a una mitologia di questo tipo, e che non può neppure essere definito un “dio della luce” in senso stretto!

Qual è quindi il senso di Lughnasadh?

Per comprenderlo, è necessario guardare più da vicino la figura di Lugh.

Troviamo questa divinità diffusa, sotto vari nomi e con alcune differenze, in tutte le Isole Britanniche e nella Gallia. Dai celti irlandesi viene chiamato Lugh, nella mitologia gaelica si trova come Lugus, in gallese è chiamato Lleu. È gli vengono attribuite molte caratteristiche. È detto Llaw Gyffes in gallese, cioè mano abile; e anche Lámfada,lungo braccio; e Samildanach, cioè abile in molte arti; e Macnia Lugh, ovvero giovane guerriero/eroe e Conmac, figlio del segugio.

In realtà, in Lugh si riscontrano caratteri simili a Mercurio e Apollo, e infatti Giulio Cesare nel De Bello Gallico identifica sei dei adorati in Gallia fornendo nomi romani equivalenti, e menziona Lugh come Mercurius Artaios cioè protettore dell’orso e Mercurius Moccus cioè protettore del cinghiale, due animali che in questo contesto non sono legati tanto alla selva, ma hanno piuttosto valenze regali. Infatti Lugh è in Gallia un dio sacerdotale e militare e se da un lato è protettore di mercanti, ladri e viaggiatori (come Mercurio), dall’altro è patrono di molte techné, ma anche colui che presiede giuramenti e verità, emanazione di leggi e legittima regalità. Un dipinto molto più vario di quello che lo vuole soltanto un dio della luce, idea che fino a qualche decennio fa era sostenuta dall’idea che il suo nome derivasse dal PIE *leuk- cioè brillare o lucentezza, e che oggi risulta la meno credibile. Più accreditate invece sono le derivazioni dal PIE leug- cioè nero, leuǵ cioè rompere e *leugh cioè fare un giuramento.

A questo proposito, troviamo di grande interesse la riflessione di Alexei Kondratiev in Lugus: the many-difted lord, dove scrive

“… sostenuto dall’ossessione degli studiosi vittoriani per i “miti solari”, si dava per scontato che Lúgh fosse un dio solare … Tuttavia, le idee tradizionali associate ai rituali che coinvolgono Lúgh non ne mostrano traccia … Lugus ha il suo dominio nella tempesta, piuttosto che nella luce del sole, e se il suo nome ha quale relazione con la “luce” indica più propriamente il “lampo” … Questa è la funzione principale della sua invincibile lancia [che, quando scagliata, genera lampi]”

Le antiche raffigurazioni di Lugh lo vedono ritratto giovane, a volte vicino a un albero rigoglioso, con una coppia di serpenti, cani o lupi, uccelli (spesso una coppia di corvi), cavalli e vischio, con una borsa magica e, in taluni casi, in forma triplice. Sembra più il ritratto di uno psicopompo, piuttosto che di un dio solare, tesi che si conferma per via di alcuni legami di parentela di cui parleremo più tardi.

Piuttosto, è impossibile non rilevare alcune somiglianze con Odino, sia per quanto riguarda la sua iconografia, che il suo mito. Per esempio, si dice che scagli incantesimi sul campo di battaglia chiudendo un occhio, laddove anche Odino è un dio strettamente legato alla magia, e con un solo occhio; anche Lugh, come Odino, è stato impiccato a un albero e trafitto con la sua lancia; e come Odino si dice tessere le sorti delle battaglie, anche se in modo diverso: infatti Lugh è l’inventore del gioco fidchell, simile agli odierni scacchi, dove ad ogni pedina, e alle partite, si attribuisce valore mistico e divinatorio (le partite giocate dagli dei determinano il fato degli eserciti in battaglia, e a loro volta le azioni spontanee dei mortali determinano l’esito delle partite divine). Lugh viene inoltre dipinto astuto, di un’astuzia acuta che gli permette di vincere, sopravvivere e trionfare, laddove altri incontrano solo la rovina e, in questo, ha in parte il carattere del trickster, seppur al servizio dell’ordine divino – esattamente come sono anche l’astuzia e il carattere ingannatore di Odino, i quali risultano sempre a favore degli altri Dei, e dai quali scaturiscono onori per loro; rispetto a quanto accade con quell’astuzia “in negativo” che è invece propria di Loki.

Le peculiarità di Lugh iniziano con la sua nascita, da Cian e Ethniu, una fomoriana. La sua origine è così dall’incontro di forze ordinatrici e civilizzatrici, rappresentate da Cian dei Tuatha dé Danann, e di forze caotiche e selvagge, legate alla natura, rappresentate da Ethniu. Ne risulta così Lugh, che è un intermediario fra queste due realtà, ma anche il responsabile della sconfitta dei fomoriani. Nella battaglia di Mag Tured infatti è lui ad accecare l’occhio velenoso di Balor, che rappresenta la calura estiva disseccante (tipica appunto dell’estate): Lughnasadh è dunque un momento di celebrazione della vittoria di Lugh sull’estremo calore estivo. Non una festa che celebra il suo sacrificio, bensì il suo trionfo!

>Inoltre, Lugh venne adottato da Manannán mac Lir, dio del mare e dell’oltretomba – il primo dominio di Manannán spiega perché Lugh sia stato, in un secondo momento, venerato sulla sommità di colline nei pressi di fonti d’acqua, poiché sia l’acqua delle profondità del mare, che l’acqua delle fonti, è considerata per sua natura ctonia. E venne adottato anche da Tailitu, regina dei Fir Bolg, che morì per preparare la terra per l’agricoltura. In suo onore, Lugh istituì Lughnasadh come celebrazione funebre.

È possibile che Lughnasadh sia in realtà una festività di molto precedente al Cristianesimo e all’epoca celtica, e infatti pare che nelle Isole Britanniche fosse celebrata vin dal XVII secolo a.C., e caratterizzata da alcune funzioni comuni: celebrazione dei morti, proclamazione delle leggi e giochi funebri, che fungessero sia come commemorazione degli Antenati, che come intrattenimento. Le competizioni comunque non si limitavano alle discipline atletiche, ma vi erano anche sfide di poesia e composizione musicale, e in generale artistiche, a ricordo del fatto che Lugh era un dio “delle molte arti”.

Infine, secondo la leggenda, Lugh volle istituire le celebrazioni di Lughnasadh anche per commemorare la propria vittoria sugli Spiriti dell’Oltretomba o dei Morti (a seconda delle versioni), i quali volevano tenere la mietitura per sé, mentre i Tuatha dé Danann avevano disposto che tale onore sarebbe spettato agli uomini.

Cosa possiamo dunque dire di Lughnasadh, alla luce di tutto questo?

È innanzitutto la riconferma della vittoria della Vita sulla Morte, che resta in seme nella terra, in attesa della nuova primavera, nonostante l’inizio della mietitura che ne decreta il declino verso l’autunno e la morte invernale. E soprattutto è una festa in cui si celebra il tempo che passa: ciò che viene mietuto, si trasforma nel cibo che permetterà la sopravvivenza quando ogni cosa sarà all’apparenza morta. Allo stesso modo, nella società umana, sono gli Antenati, ormai defunti, ad aver dato alle nuove generazioni il germe della Vita, in un ciclo senza tempo e senza fine. Lughnasadh è dunque il momento in cui tutto questo viene celebrato e rappresentando un momento di ringraziamento del sacrificio dei propri Antenati, è il momento ideale per la conferma di impegni matrimoniali, poiché è la famiglia l’unità fondamentale della società, intesa come elemento che conserva e dal quale si genera la vita. Allo stesso modo, poiché la regalità discende dagli Antenati, non c’è momento migliore di quello in cui la Vita inizia a trasformarsi in Morte per mezzo della mietitura, per stabilire nuove leggi, cioè un nuovo ordine, per sua natura una cesura con il passato.

Non solo una festa agraria per celebrare la morte dello Spirito del Grano dunque, ma soprattutto un momento per celebrare la tenacia della Vita.

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