Antropologia & Storia delle religioni

Il carattere dei riti d’amore

La tematica degli incantesimi d’amore e della magia d’amore è piuttosto controversa per l’esoterismo contemporaneo, che si fonda su un tipo di morale e pensiero etico non necessariamente più “evoluto” o più “morale”, ma sicuramente diverso, rispetto a quello nel quale determinate procedure, incantesimi e ritualità si sono originate. Una distanza che non è soltanto morale o etica, ma anche culturale, come nei casi in cui si riconoscevano agli uomini e alle donne diverse sfumature di un sentimento, l’amore, in alcune lingue descritto da una molteplicità di termini – alcuni riferiti all’intensità dello stesso, altri a tipologie di amore provate dagli uomini, dalle donne, e da uno dei generi verso un altro.

Di solito, il dibattito contemporaneo ruota attorno alla moralità degli incantesimi d’amore, a quanto cioè siano accettabili e rispettosi dell’amato. Bisognerebbe forse far ruotare questo dibattito anche attorno al punto fondamentale del rispetto per se stessi, perché ci chiediamo spesso quanto sia edificante, per un committente, stare insieme ad una persona sì amata, ma obbligata e restia al rapporto – per le malelingue no, non si tratta di una questione “morale”, ma di una riflessione sul benessere personale e sul rispetto per se stessi. (Avevamo già scritto un articolo in proposito: “Legamenti: sì, no, perché?” al quale vi rimandiamo per approfondimenti.)

Indubbiamente, riteniamo sussistano procedure e modalità diverse, così come diverse sono le situazioni. Se vogliamo, in alcuni casi si tratta di una spintarella, e il carattere dell’incantesimo è più quello di una fascinazione; in altri casi si tratta di vere e proprie forme di costrizione, dove il rituale ha la stessa valenza di uno stupro (ne abbiamo parlato approfonditamente in un video sul nostro canale You Tube, qui).

Quello su cui vorremmo soffermarci in questo post è però il carattere, non solo trasgressivo, ma anche di urgenza e spesso violento, che un certo tipo di letteratura magica legata agli incantesimi d’amore ha fin dall’antichità – e che è stato conservato nei secoli, ritrovandosi anche in rielaborazione contemporanee.

Fermo restando che bisognerebbe analizzare molto a fondo il tipo di contesto culturale nel quale ci troviamo, e definire in che modalità si applica l’idea della magia d’amore, se questa è comune a tutti i generi, viene agita su un genere soltanto o da un genere soltanto, quando e come è ritenuta onorevole o disonorevole, come si configura il sentimento d’amore (con quali sfumature fra i generi, con quali parole viene definito e così via), e tenere conto anche di molti altri aspetti che qui non stiamo considerando, vorremmo innanzitutto soffermarci su quel carattere trasgressivo che è poi il cuore stesso della magia d’amore nell’antichità (e, non di meno, oggigiorno).

Se definiamo la magia come quella parte di ritualità riguardante il sovrannaturale che si ancora alla religione e la riguarda da vicino, diventando istituzionalizzata e anzi continuazione dell’ordinamento cosmico perpetuato dalla religione, possiamo di certo dire che il rito d’amore è uno dei temi che più di frequente si ritrovano invece nella stregoneria – termine che identifica quell’insieme di pratiche, comunque magiche, che ignorano, infrangono o ingannano l’ordinamento cosmico, e di conseguenza l’ordinamento sociale.

Il rituale d’amore è trasgressivo per eccellenza perché, fra i suoi scopi, troviamo più di frequente:

a) ottenere l’amore di una persona che ha rifiutato i sentimenti del committente
b) ottenere l’amore di una persona già promessa a qualcun altro
c) ottenere appagamento sessuale con una persona non consenziente, già promessa a qualcun altro, o che ha rifiutato il committente
d) vincere il cuore di una persona in posizione utile (politicamente, economicamente, e così via)

trasgredendo di fatto tutte quelle questioni legate alla volontà personale, alla normalità relazionale, e nelle culture che lo prevedono alla casta, ruolo sociale e così via.

Dal punto di vista della distribuzione fra i generi, cioè di rituali che si propongono di portare una donna da un uomo o viceversa (o di portare una donna da un’altra donna, o un uomo da un altro uomo – come per esempio il Socrate di Xenofonte nelle Memorabilia), c’è una certa equità – anche se gli incantesimi destinati ad essere eseguiti dalle donne sono in genere, ma non necessariamente, meno violenti di quelli destinati all’esecuzione da parte degli uomini – riflesso, forse, di una differenza nel modo in cui si riteneva che i due generi percepissero ed esprimessero il sentimento d’amore e il desiderio sessuale. Sorge spontaneo chiedersi se questa differenza sia ancora attuale nel mondo contemporaneo.

Per spiegare il carattere di urgenza, e spesso violento, potremmo citare un qualsiasi incantesimo, proveniente da qualunque raccolta (i PGM, tanto per citarne una), grimorio, luogo, dove gli spiriti – in genere spiriti ctoni, o demoni (anche se quest’ultimo termine meriterebbe di essere maggiormente contestualizzato per staccarlo da una visione cristianeggiante che gli affibbia quasi automaticamente un’intrinseca malvagità) – vengono esortati a svolgere il proprio compito con la massima urgenza, affinché il desiderio del ritualista o del suo cliente venga soddisfatto subito (frequenti, a questo proposito, formule che si concludono con “fate tutto questo in fratta, in fretta!”).

Riguardo alla violenza intrinseca in questo tipo di rituale, basti invece citare la manipolazione violenta che subiscono molti sembianti dell’amato nel rituale:

a) feticci in cera sciolti in fuoco, affinché il corpo della persona desiderata arda o si torturi nel desiderio
b) feticci con mani e piedi legati
c) feticci con il cuore, il ventre, gli occhi, lo stomaco, o altre parti del corpo trafitte, per stimolare amore o infliggere quelle stesse pene d’amore provate dal committente

E ancora, si pensi alle immagini veicolate dalle formule stesse, quando per esempio invocano pene e tormenti sulla persona desiderata: “che non ami niente al mondo, neanche se stesso/a quanto amerà [committente]”, “che sia tormentato/a dal desiderio, e non abbia riposo né pace, finché non si concederà a me”, “che il suo spirito sia irrequieto, di giorno e di notte, finché non si congiungerà a me”, “che non possa resistermi e soddisfi ogni mio desiderio”, “che il suo corpo e la sua anima siano in fiamme, e così le sue membra, le sue budella e la sua mente, finché non abbandonerà [X] per congiungersi a me”, “afferrala/o per i capelli e le interiora, e trascinala/o alla mia presenza, dove vorrà restare, di giorno e di notte, finché non deciderò di sciogliere questo incantesimo” e via discorrendo. Si tratta di perifrasi di formule che abbiamo trovato di frequente in diverse raccolte di incantesimi antiche e in vari grimori, che citiamo a memoria, con la certezza che sussistano molti altri esempi che non ci sovvengono alla mente.

Questo tipo di struttura e richiesta non va inteso come una metafora, un’iperbole: in molti casi, si auspica che l’anima della persona desiderata si presenti davvero al mago in atteggiamento o ruolo di schiavitù e servizio, e che incatenata dal mago stesso costringa il corpo a seguirla nello stesso luogo. Ciò non accade solo nei grimori – dove potremmo dire, con un po’ di approssimazione, che la visione cristiana di una donna asservita all’uomo ha prevaricato il rispetto per la donna stessa – e non riguarda soltanto la donna asservita al piacere dell’uomo attraverso il rito. Soprattutto nel mondo antico, c’è molta variabilità in questo senso.

Perché, in fondo, il desiderio sessuale non conosce genere o confine, è qualcosa di intrinseco nell’umanità tutta. E, se ci pensate, sono proprio la violenza e la visceralità del desiderio sessuale (per questo ritenuto un tabù) a trovarsi riflessi nel carattere altrettanto violento della maggior parte delle ritualità di cui stiamo di sfuggita parlando con il solo fine di descrivere dei caratteri generali, importantissimi – ma volutamente ignorati nel tentativo di giustificare la brama di possesso, sottesa nella maggior parte delle persone che chiedono legamenti e altri riti di coercizione, affinché tale brama sia giustificabile agli occhi di uomini e donne moderni.

Spesso, le richieste di questi rituali sono accompagnati con “perché lui/lei mi ama, ma ora è confusa/o”, “siamo stati insieme tanto, mi ha lasciato, ma so che sono il suo vero amore”, “è stata solo colpa di [X]”, “siamo destinati a stare insieme”, e via dicendo. Il problema dunque non è tanto la sincerità dell’ardente desiderio di tornare o stare con una certa persona, quanto il voler occultare (prima di tutto a se stessi) la natura del proprio desiderio, prima di tutto sessuale e non affettivo, e in secondo luogo non meno egoistico di quello di un mago rinascimentale che, certo di poter ottenere qualunque cosa per mezzo della magia e della manipolazione della realtà, esercitava (o pretendeva di esercitare) il proprio potere per avere l’amata ai suoi piedi. Se questa seconda cosa viene incriminata, dovrebbe esserlo anche la prima – o in alternativa, vi preghiamo di spiegarci la differenza, perché proprio non ci arriviamo.

In ultima battuta, ci permettiamo anche un’altra critica. La natura degli incantesimi d’amore è, nella maggior parte dei casi, prevaricante nei confronti della persona amata o desiderata, perché non accetta il libero arbitrio della vittima dell’incantesimo, né tanto meno il rifiuto del sentimento del committente. Questo è particolarmente vero per tutte le forme di coercizione magica e per i legamenti, e di sicuro meno vero per quelle forme di incantesimo che, come detto in apertura, hanno come scopo il rendersi più attraenti, affascinanti e “belli” (in senso lato).

Tuttavia, non si può pretendere l’effetto di un legamento, agendo un rituale per rendersi più belli e affascinanti. Ogni rituale ha dei presupposti e degli scopi ben precisi, che si riflettono nella performance operata dal mago e nella composizione del rituale stesso. Ovverosia, non si può pretendere di poter usare un cacciavite per svitare un dado: la vite ha bisogno del cacciavite, al dado serve la brugola, e non sempre (anzi, quasi mai) è possibile usare lo strumento sbagliato per risolvere la situazione. Allo stesso modo, mettere in atto una fascinazione per rendersi attraenti non è un legamento, siamo d’accordo, ma non può neanche avere lo stesso effetto!

E dunque torniamo al solito punto: prendersi la responsabilità dei propri sentimenti e desideri, capire i propri limiti e poi, se davvero si vuole fare un legamento, innanzitutto ricordarsi le tre parole magiche di questo articolo – ovvero che si tratta di un rituale trasgressivo, che esprime l’urgenza di veder soddisfatto un desiderio e che è violento per natura – e capire se si è disposti a soddisfare queste prerogative convivendo con le conseguenze e l’eventuale peso etico e morale che ne scaturirà. È inutile nascondersi dietro fantasie come “rito di legamento non coercitivo” o “legamento di magia bianca”. Sono deleterie, non tanto per la materia magica in sé, che resta comunque e prescindere coerente a se stessa. Piuttosto, sono dannosi per la coerenza personale e niente più di un altro modo per mascherarsi e nascondersi a se stessi.

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