Antropologia & Storia delle religioni,  Spiritualità

Kundalini Yoga: forse non è come pensi

di Emeth

È qualche mese che valuto di scrivere un articolo sul Kundalini Yoga, impegno che ho rimandato fino a questo momento perché ho voluto pensare bene al taglio da dare allo scritto. Da un lato ci sarebbe il desiderio (e la volontà) di esprimersi in modo duro, contro tutte quelle scuole, falsi guru, praticanti che si spacciano per yogi; dall’altra tutto si compensa con la consapevolezza che, nel mondo occidentale, non solo è difficile reperire informazioni di prima mano o con una certa autorevolezza (e fondate su una reale comprensione della materia), ma vi è inoltre un’intera struttura di pensiero che ostacola la cognizione di temi molto distanti, per cultura di nascita e filosofia che veicolano.

Questa è la stessa difficoltà che ha portato autori come Sivananda Radha Saraswati (consigliato, per una comprensione basilare del tema, il suo Manuale di Kundalini Yoga, le basi teorico pratiche per l’auto-evoluzione ad uso degli occidentali) a cercare di importare l’argomento in Europa e in America, attraverso una semplificazione che non mutilasse le parti essenziali deturpando il cuore orientale della disciplina. Pur se tedesca di origine, Sivananda Radha venne a tutti gli effetti iniziata in India da un guru (Swami Sivananda) a sua volta inserito in una precisa discendenza spirituale, quella di Vishwananda Saraswati, che viene fatta risalire a Shankara, che nel VIII sec. consolidò definitivamente l’Advaita Vedānta – ai giorni nostri forse la più nota scuola di pensiero e studio dei Vedānta e delle relative Upanishad.
Nonostante il lavoro di Sivananda Radha sia degno di nota, e molto d’aiuto nell’approccio a un tema complesso come il Kundalini Yoga, almeno da un primo punto di vista pratico, resta tuttavia privo di quella complessità che è la vera caratteristica di questa specifica branca dello Yoga.
Proprio l’assenza al contempo di orizzontalità (cioè di sviluppo dell’insieme di tecniche necessarie) e di verticalità (cioè di approfondimento), determina la distorsione che il Kundalini Yoga subisce in Occidente. Ciò non dipende da Sivananda Radha, perché non è l’unica ad aver parlato di questo Yoga, e trovo che abbia anzi il merito di aver cercato di diffonderne la cultura e le idee in modo genuino, integrando i libri scritti con gli insegnamenti orali forniti nelle scuole fondate in tutto il mondo. Ciò è piuttosto colpa di un processo, iniziato durante il colonialismo vittoriano, di progressiva importazione in Europa e America di concetti orientali filtrati da una mentalità viziata da preconcetti e idee tipicamente occidentali riguardo alla gerarchia, alla religione, e anche da pregiudizi di razza e cultura (sia esaltanti, che screditanti, la cultura orientale, vista ora come retrograda, ora come massimamente evoluta dal punto di vista spirituale). Questi preconcetti, questi vizi di forma, hanno determinato, nell’arco di un secolo abbondante, il consolidarsi di idee distorte che non sono mai state ripulite degli errori concettuali basilari, ma anzi: questi errori sono ad un certo punto stati sfruttati dall’Oriente stesso, che ha esso stesso contribuito a rendersi meta del “turismo spirituale”, con tutto ciò che ne consegue.

L’Occidente si trova così convinto che il Kundalini Yoga che viene insegnato nelle sue scuole sia quello autentico, tradizionale e perfettamente allineato con gli insegnamenti del Tantra. Senza rendersi conto che ciò che ha fra le mani non è altro che una versione edulcorata, il cui meccanismo e implicazioni restano ignote alla maggior parte dei praticanti di yoga in Occidente, fosse anche solo perché “Kundalini Yoga” è alla stregua di una moda e chi frequenta i corsi spesso non coltiva neppure un reale interesse per temi relativi alla spiritualità e alla magia – che sono, naturalmente, due componenti intrinseche in ogni pratica yogica.

La prima cosa che è necessario capire, è che il Kundalini Yoga non è un’antichissima branca dello yoga, bensì si organizza in modo definitivo soltanto nel XX secolo. Anche se esistono menzioni di specifiche scuole in cui Kundalini riveste un ruolo fondamentale fin dal XII secolo, esse non sono sufficienti a determinare l’origine del Kundalini Yoga in epoca così antica. Esso dovrebbe essere inteso piuttosto come il nome attribuito a un certo tipo di percorso yogico, che si deriva per la maggior parte dall’Hatha Yoga, e che comprende alcuni aspetti di ogni tipo di Yoga – e che ne è quindi una delle massime espressioni, poiché non esiste yogi che non pratichi almeno qualche tecnica di tutte le branche dello Yoga.

Possiamo dunque affermare senza ombra di dubbio che è un errore pensare al Kundalini Yoga come a una scuola di Yoga autonoma rispetto alle altre. È invece strettamente interdipendente, al punto da non esistere come scuola in sé e per sé, ma piuttosto come percorso rivolto a individui particolari (eroici, se vogliamo) che interseca ogni altra branca. Di fatto, in India la persona comune di solito si limita a praticare rudimenti di Hatha Yoga (cioè esercizi posturali) e Bhakti Yoga (la devozione e il canto, caratteristici delle cerimonie religiose), mentre allo yogi viene sempre chiesto di approfondire al massimo le tecniche fisiche, mistiche e magiche della scuola a cui appartiene – e queste tecniche di norma intrecciano altre scuole, per quanto l’accento venga posto su alcune, piuttosto che su altre.

Il Kundalini Yoga si attesa come una commistione di elementi dell’Hatha Yoga, da cui mutua l’enorme attenzione a bandha, pranayama e asana, ovvero all’osservazione del corpo e alle tecniche di contrazione di certi muscoli per dirigere il flusso di energia nel corpo, al respiro e alla postura; al Bhakti Yoga, perché la devozione e il servizio restano cardini per il conseguimento della moksha (liberazione), anche laddove il praticante di Kundalini Yoga viene invitato a divinizzarsi egli stesso (concetto fin troppo frainteso in Occidente); dal Raja Yoga prende le tecniche di meditazione; dallo Shakti Yoga l’importanza che riveste l’energia femminile, personificata a livello cosmico dalla Shakti e a livello individuale dal Kundalini; dal Kriya Yoga l’attenzione all’autodisciplina e al devoto studio di sé e del mondo. In più, integra il Tantra Shakta (cioè quella parte dei Tantra, di scuola Shakta appunto, nei quali l’energia femminile e la Shakti sono posti al centro della devozione e della pratica estatica) ed elementi del Laya Yoga, o Yoga della Dissoluzione.

Riguardo al Laya Yoga, poco conosciuto in Occidente, si tratta della branca dello Yoga più caratterizzata dall’impiego delle samketas, ovvero precise tecniche esoteriche, che preferiamo definire strettamente “magiche”, fondate sulla manipolazione degli elementi costitutivi della Prakrti (ovvero della Natura) al fine di permettere il conseguimento della moksha. Resta implicito infatti che l’obiettivo dello Yoga è il ricongiungimento con il Divino attraverso la comprensione e la trascesa dell’esperienza umana. E di fatto “laya” significa assorbimento, dissoluzione o estinzione (della coscienza e della mente nel Cosmo). Va da sé che l’impiego delle samketas è considerato una via molto più diretta e pericolosa rispetto alla devozione, all’autodisciplina e all’osservazione del corpo, perché i cambiamenti che determina non sono volti soltanto a manipolare il corpo e la mente, ma l’interezza dell’essere. L’altra tecnica fondante nel Laya Yoga (e nell’Hatha Yoga) è la kumbhaka, ovvero la ritenzione del respiro, per fermare la circolazione dell’energia vitale, diretta in un preciso punto del corpo, per permettere la dissoluzione della mente – la quale si considera alimentata e posta in essere proprio dalla circolazione del respiro. Anche la kumbhaka è ritenuta una tecnica intrinsecamente pericolosa, perché la più diretta e rapida nel cambiare la consapevolezza dello yogi.

Si rimarca qui l’importanza dell’Hatha Yoga – delle sue tecniche più comuni e note, tanto quanto di quelle più estreme come il kecharimudra – nella pratica del Kundalini Yoga. Questo perché, per sopportare le induzioni interiori e fisiche generate in modo diretto e spesso violento dalle tecniche del Kundalini Yoga, è necessario possedere un corpo temprato tanto quanto la mente. Dunque, le tecniche fisiche e l’osservazione del corpo insegnate dall’Hatha Yoga (ricordando che “hatha” significa forza) sono un fondamento essenziale.

Già da questo si capisce quali presupposti mancano all’insegnamento del Kundalini Yoga in Occidente, ma le cose peggiorano quando si osserva più da vicino ciò che viene insegnato sulla Kundalini, presentata semplicemente come un’energia creativa addormentata all’interno del praticante, che deve essere risvegliata e la cui ascesa definisce il livello di consapevolezza, potere, evoluzione della persona. Questo non è del tutto sbagliato, ma non tiene conto delle implicazioni. L’osservazione dell’etimologia di Kundalini, presentata come derivante da kundalin cioè circolare, anulare, arrotolata o formante anelli (attorcigliata nella zona del coccige, corrispondente al Muladhara Chakra) è infatti esatta, ma parziale. Un’altra etimologia deve necessariamente essere tenuta in considerazione, che è quella da kundali, che significa anello o bracciale (cioè ornamento circolare, “infilato” sulle membra del corpo) e anche cappio. Kundalini di fatti è entrambe le cose: un ornamento prezioso e un cappio che stringe e uccide, proprio perché la sua natura è duplice, come duplice è la natura della Prakrti, di Shakti, della Creazione e dell’energia creativa. Ciò che da un lato può essere vantaggiosamente manipolato per realizzare la moksha, dall’altro, se fuori controllo, imprigiona e letteralmente impicca il praticante in un nodo scorsoio fatto di illusioni e false credenze.

Fra l’altro, Kundalini non è meramente l’energia creativa che si manifesta nella forma ondeggiante e ciclica delle volute di un serpente, ma, fin dal VIII secolo, viene considerata un aspetto molto specifico della Shakti, in forma simile a un serpente. Ciò per esempio nel Sáradatilaka, dove si ritrovano mantra e istruzioni per il culto di Saraswati, Shiva, Vishnu e Ganapati.

Kundalini è a tutti gli effetti solo uno degli aspetti della Shakti, non l’interezza di questa figura. È quella parte della Shakti assopita in ogni persona, la forza vitale che in genere viene “subita” e non “diretta”, perché tutti la posseggono, ma in pochi sono in grado di orchestrarla.

Direttamente conseguente al concetto di Kundalini, vi è quello di Chakra, ai quali la Yogakundali Upanishad si riferisce come “esperienze” e progressi, piuttosto che come un sistema progressivo di centri energetici da sbloccare per permettere l’ascesa di Kundalini. Fra l’altro, il percorso di comprensione di ciò che i Chakra rappresentano parte da Anahata Chakra, cioè dal Chakra così detto “del cuore”, piuttosto che da Muladhara Chakra, perché chiaramente viene posto l’accento sulla necessità di ripulire il cuore (e ciò che esso simboleggia a livello sottile) da ogni forma di impurità e corruzione, in quanto l’unione con il Divino è possibile solo in una simile condizione di purezza. In Occidente abbiamo la tendenza a pensare che se una serie ha due estremità, e che la partenza sarà ad uno dei due capi, ma il Tantra e lo Yoga (e anche la vita) non funzionano in questo modo: la progressione non è “dal basso all’alto”, dove il basso simboleggia ciò che è più grezzo e l’alto ciò che è raffinato, ma è piuttosto una consecuzione logica e funzionale, sulla base dell’apprendimento di quegli strumenti propedeutici all’approfondimento, orizzontale e verticale, della pratica.

L’ultimo aspetto su cui vorrei porre accento è l’essenzialità di un Guru nella pratica del Kundalini Yoga. Non semplicemente di un insegnante di Yoga diplomato in una delle molte scuole che certificano le competenze tecniche di forma, ma una persona che sia versata anche nella parte mistica, magica e spirituale, che sia inserita in una certa Sampradaya (lignaggio spirituale) nella quale abbia ottenuto dei conseguimenti e dei riconoscimenti dal punto di vista iniziatico. Già è assurdo pensare allo Yoga insegnato come forma di ginnastica, da persone non addentro alla filosofia che veicola e di cui è parte integrante, o denaturato in forme estranee alla cultura di origine per fare da supporto a idee che non possono calzare sulla sua filosofia – perché, ci tengo a ricordarlo, lo Yoga non è solo ginnastica o solo respirazione o solo postura, ma un preciso insieme di tecniche fisiche, mistiche e magiche calate all’interno di un altrettanto preciso sistema culturale, filosofico e (soprattutto) religioso. Ancora più assurdo è pensare al Kundalini Yoga insegnato senza tenere conto di tutte le implicazioni, dell’orizzontalità di tecniche e della verticalità e profondità di applicazione e conoscenza delle stesse, da parte di persone che non seguono interamente una certa filosofia e religione, conoscendone a fondo tutti gli aspetti necessari all’insegnamento. Persone che, dunque, non sono in grado non soltanto di insegnare il Kundalini Yoga in maniera corretta, ma neanche di supportare e aiutare l’allievo nel momento del bisogno, lasciandolo letteralmente allo sbando – non perché in malafede, ma perché ignoranti riguardo alla Tradizione.

Un Guru in India non è semplicemente un insegnante. È una persona abilitata e riconosciuta dalla sua Sampradaya come in grado di guidare i suoi allievi attraverso l’oceano dell’esistenza, consigliandolo e insegnandogli quanto necessario perché possa affrontare la vita e le sue illusioni in modo aderente rispetto alla Tradizione di cui è veicolo.

Di fatto, nella Yogakundali Upanishad, uno dei primi testi (XII secolo) nei quali si delineano i fondamenti del Kundalini Yoga, si fa precisa menzione della necessità di un Guru e vengono evidenziate alcune restrizioni alla scelta degli allievi da istruire in questa branca dello Yoga. Esso è infatti considerato precluso a chi è malato o ferito (e a chi soffre di ostruzioni escretorie), perché – in qualità di via eroica – pretende un certo grado di perfezionamento del corpo, propedeutico al perfezionamento dello Spirito. Ciò non deve essere visto come discriminatorio, ma come una tutela nei confronti della persona non adatta. È come pretendere che un quadriplegico si butti da solo con il paracadute: è ovvio che non potrà tirare da solo la leva del paracadute, non potendo muovere né braccia né gambe. Questo tuttavia non implica che la persona inadatta per un certo percorso non possa intraprenderne con successo un altro: la moksha non è di per sé preclusa a nessuno, e di fatti anche il più quotidiano Bhakti Yoga può condurvi. Proprio come un quadriplegico non è adatto a lanciarsi da solo con il paracadute, potrà vivere la medesima esperienza con alcune accortezze, come il salto in tandem. Può sembrare duro e sgradevole per la mente occidentale, abituata a puntare sull’idea che tutte le esperienze debbano essere alla portata di tutti, ma la spiritualità è sempre e da sempre elitaria.

L’altra annotazione importante nella Yogakundali Upanishad è che, naturalmente, questo tipo di percorso induce dubbi su di sé, confusione, indifferenza, possibile letargia, tendenza ad arrendersi e a vedere le difficoltà come insormontabili, delusione, sensazione di essere prigionieri in un mondo di drammi, fallimento nel comprendere le descrizioni e gli esercizi, sospetti riguardo la veridicità dello Yoga, e così via. Tutto questo è fisiologico in ogni percorso spirituale completo. Sono quelli che, simbolicamente, vengono chiamati “Guardiani”, ovvero quelle tendenze interiori, riflesse da situazioni esteriori, che cercano di proteggere i Misteri di ogni Tradizione, allontanando le persone solo superficialmente degne, ma che interiormente non lo sono e non sono integre a sufficienza da reggere l’impatto con il Divino. Proprio per navigare attraverso queste acque turbolente, è necessario che l’allievo si affidi a un Guru che abbia già superato queste prove e che funga perciò da bussola alla quale affidarsi per compiere quelli che sono dei veri e propri salti nel buio. Poiché non è possibile avere a priori consapevolezza di comprensioni che ancora non si sono realizzate, è il Guru a dover stabilire tempi, metodi, pratiche adatte, e a precludere quei tempi, quelle azioni e quelle pratiche che rischiano invece di portare l’allievo fuoristrada e deviare la sua attenzione. Questo in Occidente viene erroneamente interpretato come un fidarsi ciecamente, un farsi plagiare e un sospendere il giudizio sopprimendolo alla volontà di un’altra persona, ma si tratta invece di mettersi in discussione e mettere in discussione il proprio percorso, usando il Guru come fosse uno specchio esperienziale.

Queste sono solo alcune delle cose che desideravo puntualizzare per delineare la differenza di concezione esistente fra il modo in cui il mondo occidentale pensa al Kundalini Yoga, e come esso è invece presentato dalla Tradizione. Con questo articolo non desidero in realtà proporre una critica distruttiva per quanti, in Occidente, praticano Kundalini Yoga, ma portare a riflettere sulle differenze pratiche, filosofiche e di concezione dalla quale dipende una storpiatura, in buona o cattiva fede, della Tradizione di origine. Soprattutto, mi premeva evidenziare che quella che viene passata per una assenza di rischi è una distorsione molto lontana dalla realtà, che nasce dall’incomprensione o dalla tendenza a sottovalutare aspetti cardine.

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