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Spiritualità

Reiki: una riflessione critica

È capitato diverse volte che, nel gruppo di Nexus Arcanum, emergessero discussioni sul Reiki, con confronti spesso aspri sulla sua validità, non solo medica, ma prima di tutto tradizionale di una disciplina oggigiorno cavallo di battaglia di molti operatori olistici. Poiché questa volta il gruppo si è mosso nel senso di una discussione più ampia del mero si/no, incentrando il confronto e lo “scontro” su dubbi direttamente legati a quei criteri di tradizionalità necessari a validare una disciplina dal punto di vista esoterico, abbiamo deciso di raccogliere il tutto in un unico articolo organico, summa dei diversi interventi e considerazioni emerse, in modo da poter condividere anche con esterni le riflessioni condotte in quello spazio privato. Perciò ringraziamo tutti gli utenti intervenuti, qualsiasi parere abbiano espresso: non vi menzioneremo direttamente per ragioni di privacy, ma a voi va la nostra gratitudine per averci dato spunti su cui riflettere e la spinta a scrivere un articolo rimandato per molto tempo.

Il Reiki è una disciplina spirituale che si propone come terapia alternativa di guarigione (attraverso il tocco o l’imposizione delle mani). Nasce ufficialmente nel 1922, quando Mikao Usui fonda, a Tokyo, il primo centro Reiki per formare un gruppo di un centinaio di persone. Istituisce questa disciplina affermando di aver ricevuto l’abilità di curare le persone e la conoscenza della tecnica per farlo, dopo tre settimane di digiuno e meditazione sul Monte Karuma.
Alla sua morte, la scuola viene portata avanti prima dall’amico e collaboratore Ushida, poi da altri presidenti eletti per merito. Tuttavia, proprio con la sua dipartita, iniziarono anche le scissioni che hanno portato il Reiki ad essere oggi una disciplina disorganica e non uniformemente codificata, articolata in scuole che divergono tanto nelle spiegazioni fondamentali, quanto nei principi che propongono. Senza contare che la facilità di accesso al Reiki, proposto in Occidente prima a pagamento e poi in forme più o meno gratuite (grazie alla riforma di Ishikuro), ha comportato prima una progressiva semplificazione (molto più profonda di quella già attuata da Hayashi appena dopo la morte di Usui), per rendere la tecnica accessibile sempre a più persone.
Dagli anni Ottanta in poi, il Reiki è stato affiancato e integrato in modo massiccio nel pensiero New Age, con derive spesso buffe, che includono angeli, alieni e ricombinazioni del DNA, cose che, quale che fosse la validità iniziale quando la disciplina venne configurata da Usui, non hanno più niente a che fare con essa.
Il problema è che ormai il Reiki è qualcosa di talmente rimaneggiato e inquinato che, anche volendo, è difficile capire cosa fosse in origine, quanta solidità avesse, su quali principi spirituali e olistici si fondasse: tutte le scuole pretendono di essere “quella giusta”, ma la verità è che l’unica giusta era quella di Usui che, per necessità o per scelta ha dovuto trasformarsi al punto da denaturarsi in modo irreversibile. Diciamo sempre che la Tradizione deve evolversi (anche se stentiamo ad applicare questo termine al Reiki), ma evoluzione non vuol dire inclusione scriteriata di ciò che originariamente non è parte del nucleo tecnico e dottrinale. Ma al Reiki è successo proprio questo, e lo testimonia la difficoltà a ricostruire il quadro della disciplina, al punto che ogni allievo delle diverse scuole fornisce spiegazioni differenti di principi comuni. Ciò deriva forse dalla totale assenza di un lignaggio controllato e di un reale corpus iniziatico, perché ciò che viene spacciato come “segreto” è ormai una conoscenza facile da reperire su internet o svenduta per pochi soldi anche a chi non ha un apparato culturale sufficiente a comprenderla e trasmetterla.

Con il Reiki, i problemi partono dal nome, che viene tradotto con “Energia Vitale Universale” [d’ora in poi EVU] o “potere spirituale”, glissando sul fatto che, in base al kanji utilizzato, 霊/rei fa riferimento all’anima, intesa sì come anima vitale, ma con legame specifico al morto, alla morte e all’aldilà. Sarebbe in effetti più calzante tradurre con “fantasma” o “spettro”, piuttosto che con “anima”. Al fianco del giapponese 霊/rei, troviamo l’ideogramma cinese気/ki, che significa “energia” o “forza vitale”. Questo bilinguismo lascia abbastanza perplessi, dal momento che Usui era Giapponese in un periodo di tensione con la Cina. Forse sarebbe stato più corretto continuare anche in Occidente a chiamare la disciplina Usui-no-michi (metodo di Usui), come la maggior parte dei giapponesi fanno in patria, per mantenere una coerenza terminologica, un linguaggio più controllato e non includere in un contesto culturale giapponese un concetto (quello del ki) che nasce in Cina e viene poi esportato con variazioni locali. Infatti, localmente, in Cina, Corea e Giappone, e nei diversi ambienti religiosi, filosofici e relativi alle arti marziali, “ki” assume sfumature di significato uniche, il cui solo punto in comune è il considerare questa energia interna al corpo. Questo va in contrasto con la traduzione e spiegazione di Reiki offerta da Takata, che traduce con EVU identificando la sorgente del ki come esterna al corpo, e anche con le stesse tecniche della disciplina, le quali (almeno secondo alcune scuole) consisterebbero nel farsi canale della EVU o ki per immetterla nel paziente.

Un altro dei problemi più evidenti, ruota intorno al tema dell’Iniziazione, questo termine indica un momento ben preciso nella vita di un Allievo, quando cioè è considerato idoneo a far parte del lignaggio della sua Tradizione e viene per questo messo a parte di alcuni segreti e conoscenze iniziatiche, che se comprese e attuate cambieranno il suo modo di relazionarsi al mondo, e quindi determineranno una “separazione” etico/morale fra Allievo e Società, sulla base di un diverso modo di agire, pensare ed esperire l’esistenza. L’Iniziazione è, in sostanza, l’uscita da uno status e l’ingresso in un altro status, il quale per essere tale ha bisogno di essere, attraverso l’adesione a un codice comportamentale, filosofico, etico e morale, e per via del riconoscimento da parte di membri del lignaggio che verificano la conformità del nuovo membro.
Applicando questo modello al Reiki non tutti i punti calzano. Prima di tutto perché, come detto, non esiste un corpus dottrinale o filosofico univoco al quale rifarsi per comprendere la conformità degli allievi. In secondo luogo perché i segreti iniziatici sono ormai di facile accesso e tutt’altro che segreti, e non è neanche ben chiaro se le varie scuole propongono un vero e proprio percorso “iniziatico” (che è diverso dal dire “olistico”), né esercitano un reale controllo sulla qualità dell’operato dei praticanti di Reiki, né tanto meno risultano istituite cerimonie durante le quali il candidato è effettivamente messo alla prova (secondo le linee guida che ci si aspetterebbe da un Tradizione) per decidere se è pronto o meno ad essere accettato all’interno del lignaggio. Lignaggio per altro assente, perché né fra i praticanti di Reiki, né all’esterno dei gruppi e associazioni che se ne occupano in modo più o meno ufficiale, esiste un elenco di o un controllo sui praticanti (e sui falsi praticanti, che proliferano indisturbati).
Fra l’altro, il modo in cui Usui raccontò di aver ricevuto la tecnica, i simboli e la filosofia morale fondamentale, parla a tutti gli effetti di un sorta di iniziazione, caratterizzata da un periodo di digiuno introspettivo e meditazione, al quale è seguito l’accesso a un Mistero. Tuttavia, per imparare la tecnica ed essere messi a conoscenza dei simboli, agli allievi non viene chiesto nulla del genere, neanche una versione più soft o moderna. L’insegnamento è trasmesso senza prove e basato sul solo esercizio, o rivelato dietro compenso, e questo, alla fine, è quanto di più anti-iniziatico possa esistere. Diversi Reiki Master affermano che questa disciplina non è né misterica, né iniziatica (né tanto meno esoterica), ma ciò è in contrasto tanto con la storia di Usui, quanto con l’impostazione che lui stesso diede inizialmente alla sua scuola, perché delle migliaia di persone che formò, soltanto sedici divennero Maestri. Una percentuale molto ridotta, che non ha niente a che fare con i numeri che nei grandi corsi di Reiki girano annualmente, con percentuali di nuovi Reiki Master “certificati” pari al numero di paganti per il corso livello master.
C’è un secondo sgradevole effetto: così facendo si svaluta la disciplina e il suo valore, che diventa qualcosa da acquistare, non più da imparare; non più un percorso di crescita personale o di servizio agli altri, ma un mero appuntarsi una medagli al petto, tronfi della propria vuota “certificazione”. E chi ci crede sinceramente, applicandosi con impegno, finisce per vedere svalutata la propria fatica, se non a venire paragonato a persone che, a differenza sua, sono fin dall’inizio in malafede.

Partendo dal presupposto che, in quanto esoteristi, non mettiamo in dubbio la validità di tecniche spirituali ed esoteriche di guarigione – perché la loro esistenza e validità tradizionale è comprovata in numerose Tradizioni, e negarla sarebbe negare un’ampia fetta di tecniche e scuole mistiche. Il problema del Reiki in relazione a questo aspetto, è che a differenza di scuole mistiche e iniziatiche, non presenta la stessa struttura e le tecniche che propone sono esenti da prerequisiti. Ovvero in tutte le Tradizioni che contemplano guarigioni con il tocco o miracolose, chi le effettua è considerato un Maestro, dedito all’ascesi spirituale e alla venerazione del Divino, di cui diventa veicolo, espressione e canale solo dopo un lunghissimo addestramento e il conseguimento di una “illuminazione”, la quale si esplica come la sua compartecipazione alla natura divina per trascendere quella meramente umana e mondana.
Il Reiki al contrario dei contesti mistici a cui facciamo riferimento (per esempio l’Induismo o la Taumaturgia nel mondo greco-egizio), afferma di essere alla portata di tutti e accessibile a tutti, perché pone l’accento solo sulla volontà dell’operatore di guarirsi o guarire gli altri, volontà considerata da sé sola sufficiente a programmare l’EVU e a incanalarla nel proprio corpo per spingerla nel corpo dell’altro. Non si fa dunque uso di alcuno strumento e tecnica più specifica, e tutto l’usuale corollario magico-spirituale viene mutilato del proprio valore e trattato alla stregua di un inutile orpello. Per citare le parole di uno dei ragazzi del gruppo: “anche la mia auto è un ausilio, potrei farne a meno, mi basterebbe correre a 120 Km/h. Voi [operatori Reiki] parlate di correre a 360 Km/h, senza dirci o sapere come fate e perché ci riuscite”. Proprio questa mancanza di spiegazioni, questo principio del “funziona se ci credi”, è decisamente contrario al principio della Mistica, che è invece la ricerca attiva di una conoscenza terrena del Divino, e della struttura stessa che una Tradizione o tecnica dovrebbe avere, essendo definibile tale solo attraverso un quadro organico che ornisca spiegazioni rispettivamente del funzionamento del mondo e dell’anima, e del metodo da applicare.
Chi chiediamo anche come sia possibile programmare la EVU, qualsiasi cosa sia, senza usare strumenti (includiamo anche l’incantesimo, inteso come strumento vocale) adeguatamente preparati, attivati e utilizzati. La Tradizione insegna che si può effettivamente manipolare l’“energia”, in qualsiasi modo si spieghi la sua esistenza come connettore di tutto il Creato, ma insegna anche che ciò può essere fatto solo attraverso il Rito, che si compone di strumenti in accordo e corrispondenza con il risultato da ottenere (per fare un esempio banale, per bandire un’energia negativa non basta pensare intensamente all’azione, ma bisogna mettere in atto un rituale codificato, che sia anche solo afferrare un coltello con certi simboli in una certa mano e tracciare un segno specifico in aria). Il Reiki si spoglia del Rito e così facendo perde anche l’elemento mitico, e le azioni compiute dagli operatori non sono più la ripetizione di gesti archetipici, ma vuote nel senso di prive di pathos (forza emotiva).

Il punto lasciato per ultimo è quello relativo alla validità medica del Reiki, la quale – lo diciamo subito – non è comprovata. Infatti, dopo un’ampia ricerca su PadMed, che raccoglie pubblicazioni scientifiche in campo biomedico, abbiamo trovato ricerche che:
Attestano l’efficacia del Reiki solo a livello di effetto placebo
• Affermano l’impossibilità metodologica ad ottenere prove concrete che i benefici isici siano da imputare al Reiki e non al miglioramento del tono dell’umore determinato dal ricevere quel tipo di conforto emotivo
Smentiscono qualsiasi efficacia del Reiki, soprattutto per patologie che non hanno a che fare con la sfera psico-emotiva o in situazioni in cui essa non sia coinvolta (per esempio in pazienti in coma)
Affermano benefici esclusivamente psico-emotivi, riconducibili non all’intervento di una energia sovrannaturale, ma al conforto dato dal fatto che qualcuno si occupi in modo empatico del paziente.
La nostra ricerca di pubblicazioni scientifiche ufficiali non ha portato risultati, sebbene alcuni operatori Reiki negli anni abbiano cercato di confutarci citando presunte evidenze scientifiche, che non abbiamo mai trovato e non ci sono mai state fornite. (Invitiamo di nuovo gli operatori che dovessero essere a conoscenza di questi studi super partes a inviarceli, per permetterci di avere un quadro più completo e condividerli sui nostri canali.)
Il punto, comunque, non è spiegare il funzionamento scientifico del Reiki, ma -come nel caso dello Shatzu – capire quali risultati evidenzia una raccolta dati scientificamente valida. Nel caso del Reiki gli studi a cui noi abbiamo avuto accesso parlano di dati inconcludenti per dimostrare un’evidenza statistica.
Tralasciando momentaneamente le problematiche che si pongono dal punto di vista esoterico, se il Reiki venisse presentato come una tecnica olistica avente effetto placebo, alla stregua della pet therapy, clown therapy e tutte le altre tecniche di supporto emotivo del paziente, non ci sarebbe alcun problema. Anzi. Ci sono attestazioni scientifiche che confermano come l’umore e lo stato emotivo del paziente influiscono sulla velocità e capacità di guarigione (ragion per cui, in alcuni reparti ospedalieri, sono proposte le suddette terapie). Il vero problema è presentare il Reiki come una antica tecnica orientale capace di guarire, quando è più recente dell’invenzione della macchina, ha poco meno di cent’anni, e non ha che marginali effetti placebo assolutamente non cruciali per la medicina tradizionale. Questa è disonesta intellettuale della peggior specie, perché porta le persone non ben informate su medicina ed esoterismo, a riporre false speranze credendo che il Reiki possa essere un sostitutivo effettivo o un rafforzativo delle cure mediche, anziché un ausilio puramente psicologico alla stregua della pet therapy – che funziona, come placebo, non perché l’animale è magico, ma perché la presenza di una creatura di cui prendersi cura o che si prende cura del paziente stimola la produzione di ormoni che aiutano il tono umorale, il quale, come detto, influisce sulla guarigione. Presentare il Reiki per quello che è non è sminuente per la tecnica, ma permette alle persone di inserirlo nella propria vita con la giusta dimensione e senza il rischio di inseguire un miraggio.
Un’altra cosa che ci lascia perplessi degli operatori Reiki con cui abbiamo interagito finora è che, quando si parla di “effetto placebo”, vivono la discussione in modo sminuente ed offensivo. Riteniamo che la Scienza non possa spiegare il vero Sovrannaturale, essendo quest’utimo costruito su un paradigma completamente diverso. Ma riteniamo anche che ammettere che magia e Reiki funzionino anche per effetto placebo, pienamente riconosciuto dalla comunità medica, non è un’offesa, ma anzi un merito e un punto di incontro fra due realtà, fintanto che non si cerca di usare l’esoterismo per fare miracoli e guarire malattie curabili solo dalla medicina, o del tutto incurabili. Usare la magia, il Reiki, la fede come supporto per affrontare una condizione di difficoltà, fisica o emotiva, va bene, ma non deve diventare ragione di rifiutare la realtà o le cure mediche: l’esoterismo deve essere mantenuto in una dimensione di supporto e non trattato come un sostitutivo. Soprattutto perché, mentre l’effetto placebo è scientificamente evidente, il sovrannaturale è soggettivo, e non i può costringere nessuno a crederci (né lo si deve pretendere!).

Tuttavia, ci sentiamo di muovere un’ultima vera rimostranza, questa volta dal punto di vista esoterico. Vista l’incapacità di chiarirci o dare una spiegazione chiara e univoca della EVU, che non si capisce cosa sia, da dove si origini, come funzioni, come accedervi; e viste le varie contraddizioni e problemi evidenziati in questo articolo; crediamo che un approfondimento dal punto di vista mistico ed esoterico sia necessario prima di effettuare un trattamento Reiki, per comprendere più chiaramente cosa sia l’EVU, come “accedervi”, “programmarla” e “somministrarla”. Siamo sicuri che un maggiore studio serio e scevro da dictat come “ci devi credere, altrimenti non funziona”, indurrà ad un punto di vista più critico e proficuo sia per l’operatore che per il paziente, riportando la disciplina a qualcosa di ben più vicino all’Usui-no-michi del fondatore, e quindi più aderente alle sue reali origini.
Invitiamo inoltre a riflettere su cosa vuol dire “spingere (forzare!) energia in una persona”, e quali danni può provocare nel caso in cui non la si sappia gestire (tanto dal punto di vista dell’operatore che del paziente), soprattutto in assenza di tecniche attentamente codificate che spieghino come risolvere tutti i possibili problemi.

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